Nel 1987 usciva nei cinema Arizona Junior dei Coen ed il personaggio di Nicolas Cage compariva in più occasioni dinanzi ad una commissione di legali che doveva decidere per la sua scarcerazione. I funzionari della prigione chiudevano ogni loro deliberazione con la frase: “Ok then”. Il medico dell’ospedale in cui viene rinchiuso con la forza il personaggio di Claire Foy nel nuovo Unsane di Soderbergh sembra ricordare proprio quei personaggi ridicoli del cinema coeniano per il modo con cui conclude ogni suo colloquio con l’espressione “Non finisce qui”. Così come gli ufficiali della polizia, che si muovono solo per scroccare del caffé senza pagare e mai per verificare le segnalazioni che ricevono, paiono uscire da uno di quei film derisori.

Perché nel nuovo lavoro del prolifico americano aleggia una impalpabile ironia che accompagna anche le scene più dure e crude, una accusa verso alcune “usanze” americane che assume sempre la forma di sberleffo prima che quella della violenza. Soderbergh sceglie di narrare la vicenda di una ragazza sull’orlo della follia (a causa di un maniaco che da mesi la segue ovunque) con una serie di primi piani che ricordano Bergman e ponendo la sua macchina da presa (un iPhone) nelle posizioni più inusuali, in un lavandino o a ridosso di alcune cornici che coprono i personaggi che dialogano.

Nel cinema di Soderbergh non è quasi mai la narrazione a veicolare un messaggio, ma il medium: ciò che usa per girare o il processo che segue per produrre i suoi film. Quindi quale mezzo migliore di un iPhone (ovvero la cosa che oggi consideriamo più invasiva e lesiva per la privacy) per narrare una vicenda di ossessioni maniacali ? La sfida che però Soderbergh rivolge a chi guarda non è banale come invece sembrerebbe ad una prima analisi. A chi deve credere il pubblico ? Alla ragazza, quasi mai davvero in sé, che accusa un infermiere di essere il suo aguzzino, o al silenzioso uomo con la barba che la osserva con lo sguardo candido di chi non capisce cosa succede ? Se quindi Unsane sembra un piccolissimo film di qualche giovane alle prime armi (ma di grande ingegno), la decennale esperienza di Soderbergh serve a collocare ogni snodo della narrazione nella precisa posizione in cui dovrebbe essere, ad usare le pause e le successive accelerazioni in maniera impeccabile e a confezionare un film dal rigore invidiabile.

La decisione di usare un iPhone per il suo nuovo film aggiunge ben poco alla narrazione (Soderbergh lo adopera come una qualsiasi macchina da presa) e a differenza che in Tangerine di Sean Baker (per nominare un esempio di qualche anno fa) le riprese col cellulare non servono mai a conferire al film un “feeling” nuovo e peculiare. È invece l’aderenza ad un genere di serie-B ad indurre Soderbergh a limare quelle che da sempre sono le cose che meno funzionano nel suo cinema: in Unsane non ci sono dialoghi ampollosi o digressioni filosofiche, e persino la sua classica indifferenza, che spesso nei film emerge come disaffezione verso i propri personaggi e le loro vicende, assume una sua coerenza e ben si sposa con la fredda ironia che accompagna ogni scena.

Se Soderbergh sembra essere più efficace nei piccoli lavori e meno a fuoco su quelli grandi, con Unsane sceglie di seguire un genere dai codici ormai chiari e dal linguaggio preciso, rimanendo fedele ad esso senza per forza di “disobbedire” alle regole che impone, ma eseguendo alla perfezione quelli che sono i passaggi essenziali sul quale si regge. Unsane è quindi un thriller di pregevole realizzazione, che in alcune sequenze splende proprio grazie alla preparazione di un film-maker senza dubbio abile e furbo, ma dal quale magari si può (e si deve) desiderare qualcosa di più di un film che sembra una (apprezzabile) opera prima e non il nuovo lavoro di un “venerabile” del cinema americano dalla lunghissima filmografia.