Negli undici anni successivi a quel piccolo fenomeno indie di Juno, le carriere di Diablo Cody e Jason Reitman si sono separate e poi ricongiunte prima nel 2011 (con Young Adult, protagonista Charlize Theron) ed ora nel 2018 con Tully (protagonista, ancora, Charlize Theron). Due concezioni di cinema che negli anni si sono cristallizzate attraverso contaminazioni ed esperienze lavorative differenti, due talenti acerbi che si sono affinati ed arricchiti grazie a stimoli e suggestioni provenienti da ambienti diversi da quelli in cui era nato il loro sodalizio.

Così in Tully sembra esserci un disaccordo fra ciò che vorrebbe narrare Diablo Cody (che il film lo ha scritto) e ciò che invece vorrebbe comunicare Jason Reitman (che il film lo ha diretto). Se la prima è decisamente più interessata a mettere alla berlina l’immaginario americano del teenager popolare e di successo (come già aveva fatto in Jennifer’s Body, dove la più bella del liceo era anche la più rozza provinciale) e che guarda all’adolescenza come il periodo in cui ragazze e ragazzi si caricano del “peccato originale” (la morale americana), la filmografia del secondo si è focalizzata negli ultimi anni sulle storie che invece coinvolgono adulti insoddisfatti, che vivono la propria età matura senza però aver mai conseguito i successi o i riconoscimenti che questa dovrebbe portare con sé. Così le due protagoniste di Tully non a caso sono una madre reduce da tre faticose gravidanze (una Charlize Theron sfatta ed ingrassata) ed una giovane ragazza che se ne prende cura come se fosse una baby sitter al contrario, una Mary Poppins per adulti (la bellissima Mackenzie Davis).

L’ironia di Diablo Cody non può prescindere dai luoghi comuni (il papà sempre via per lavoro, la giovane cognata perfetta ed insopportabile, la preside della scuola più interessata alla retta che ai suoi studenti) e per questa ragione i suoi script sembrano raggiungere la loro massima espressione solo quando a dirigerli c’è un regista in grado di smorzare la vena parodistica delle loro pagine e di deviare dagli stereotipi di cui si nutre la sceneggiatura con il proprio modo di inquadrare situazioni e personaggi. Così come in Ricki and the Flash il matrimonio finale (una delle situazioni più abusate al cinema) riusciva a caricarsi di una commovente ed inedita tenerezza grazie al modo unico di Jonathan Demme di inquadrare i due sposi distanti tra la folla degli invitati, così Jason Reitman in Tully inquadra la “tata”, magra ed atletica, per mostrarne la giovanile avvenenza senza però cadere nel cliché cinematografico della “ruba uomini” (un classico del genere). Ma se nei precedenti film di Reitman i personaggi intraprendevano un percorso di riconciliazione famigliare, che si rivelava il più delle volte illusorio come in Tra le nuvole, in Tully l’affetto di Marlo per la propria famiglia (con tutti i limiti del caso) non è mai messo in discussione, eppure sembra non essere sufficiente a colmare la malinconia che inevitabilmente arriva nel momento in cui si prende atto di non essere più giovane, bella e carica di energie.

Perché nel cinismo sottinteso alla premessa del film, che vorrebbe mostrare la voglia della protagonista di tornare nuovamente ventenne anche a costo di abbandonare i propri figli, c’è in realtà tutta la complessa umanità di una donna che ama il proprio marito nonostante l’evidente inaridimento del rapporto, che vuole bene ai propri bambini anche se questi il più delle volte non le permettono di vivere serenamente le proprie giornate. Allo stesso modo anche la ragazza interpretata da Mackenzie Davis è un personaggio sempre in bilico fra l’essere irrimediabilmente insopportabile per la leggerezza con cui affronta ogni cosa (“sembri un libro divertente per bambini secchioni”, le dirà Marlo in una scena) e dolcissima per il suo modo così affettuosamente stralunato di prendersi cura della “bambina” (che in questo caso è la madre e non il neonato).

Quella di Tully, con il suo andamento lento eppure mai noioso, con i suoi misteri che pian piano vengono suggeriti e si inseriscono nella narrazione, sarebbe una storia perfetta per un tv drama moderno, ma è invece nei suoi 95 minuti (una durata a cui siamo sempre meno abituati al cinema) che trova la giusta dimensione ed una efficacia sorprendente. Come in ogni film di Reitman, anche in Tully la narrazione poco prima del finale prende una piega dolce e “bonaria”, in cui ogni cosa sembra andare di nuovo bene e dove ogni problema iniziale sembra non esserci più (ovvero quella parte del racconto che in qualsiasi altro film simile corrisponderebbe al classico epilogo felice). È un passaggio immancabile nel cinema del giovane canadese, che preannuncia sempre una conclusione che non è mai quella che ci si immaginerebbe.

Anche in Tully, quindi, il finale non poteva che essere anomalo, malinconico e per nulla consolatorio, eppure proprio la chiusa del film sembra essere il vero punto debole di un’operazione altrimenti intelligente e sofisticata, perfetta sintesi di due modi di fare e scrivere il cinema che dopo un paio di tentativi buoni ma non eccezionali (Juno e Young Adult) adesso sembra abbiano trovato finalmente il giusto modo di coesistere.