Ridere non vuol dire essere felici. E la risata non è indicativa di una condizione di benessere (né tantomeno qualcosa di terapeutico) ma una possibile condizione patologica. Su questo concetto si basa il primo lungometraggio “stand alone” dedicato a Joker diretto da Todd Phillips, film che trova il suo veicolo perfetto in Joaquin Phoenix, interprete in grado di sviluppare una semplice intuizione attoriale (creare una risata indistinguibile dal pianto) in un personaggio complesso e di difficile comprensione. Il suo Joker, costantemente fuori tempo rispetto alle altre persone, che ride quando gli altri non ridono e rimane serissimo quando qualcuno fa una battuta divertente, attribuisce la necessità di sghignazzare continuamente ad una presunta condizione neurologica.

Per tutta la prima metà del film, Todd Phillips non cerca semplicemente di farci comprendere le ragioni del suo Joker (quelle di un uomo problematico abbandonato dallo Stato che ha smantellato progressivamente il sistema sociale e da una società che preferisce pestarlo piuttosto che aiutarlo) ma cerca disperatamente di farci tifare per lui. Anche forzando la mano, Phillips mette in scena una umanità spietata, fatta di capitalisti senza scrupoli, perfidamente crudeli con i più deboli, e piccoli criminali sempre pronti ad abusare di chi è in difficoltà. Il primo atto violento di Joker produce una ribellione popolare: la disperazione del singolo si collettivizza e le masse si mobilitano per distruggere quel sistema di potere sintetizzato (non solo simbolicamente) dalla famiglia Wayne e da tutti quei ricchi industriali e amministratori disinteressati al bene comune. Cinici affaristi che guardano i più poveri con il pietismo tipico dei potenti, fingono di avere compassione per loro (chiamano i loro dipendenti come dei loro famigliari, pur non conoscendoli davvero) ma in realtà ne sono respinti.

Phillips è bravissimo nel mettere lo spettatore (che per definizione è in una posizione di superiorità rispetto ai personaggi che osserva, potendoli giudicare) nella condizione più scomoda: quella di dover provare lo stesso tipo di commiserazione che il film mette alla berlina. Eppure quando la narrazione arriva al suo culmine, il film di Phillips sembra criminalizzare quella protesta che inizialmente aveva guardato con indulgenza (se non addirittura con favore). Quello stimolo proveniente dal basso della società, pur avviato da un atto detestabile come un omicidio, aveva lo scopo di rovesciare un sistema marcio, di far crollare il mito dei “giusti”, di quelli che si sono fatti da soli ma che si nascondono dietro alla retorica dell’invidia sociale per giustificare le loro condotte deplorevoli.

E invece queste masse di disperati diventano nel film masse di criminali, di facinorosi e violenti sempre pronti a distruggere tutto e a sparare senza rimorso. Le azioni di Joker non solo non riusciranno a scalfire quel sistema corrotto, ma addirittura finiranno per giustificare la repressione violenta della lotta. Le corde del violoncello di Hildur Guðnadóttir, tese verso quella fine ineluttabile che ci si aspetta fin dall’inizio, si spezzano nel momento in cui il film si consegna stremato a quella stessa oligarchia che voleva abbattere. Joker rinuncia a quella complessità che inizialmente aveva suggerito (un movimento giusto nato da un’azione ingiusta) e finisce per dare ragione alla famiglia Wayne, il cui mito aveva tentato inutilmente di ridimensionare. Il film di Todd Phillips fallisce nel momento in cui “a joker” diviene definitivamente “the Joker”. E con lui tutti gli altri.