Il termine inglese “nice”, nella sua evoluzione etimologica, non ha sempre significato la stessa cosa e non è sempre stato connotato da un’accezione positiva (quella di piacevole, cordiale, bello). Nel suo senso originale, infatti, era utilizzato come termine negativo di derivazione latina (da nescius, che voleva dire “inconsapevole, ignorante”), per poi essere ripreso con uguale valenza spregiativa nel francese del 1300 per indicare una persona “stupida o sciocca”. Ed è probabilmente a questo significato che si rifà il personaggio di Brendan Gleeson in The Banshees of Inisherin, silenzioso e taciturno suonatore di violino che improvvisamente decide che il suo migliore amico (Colin Farrell) non è più meritevole della sua compagnia proprio a causa della sua ostentata “niceness”, che non tollera più. Quel suo atteggiamento sorridente nei confronti del resto del mondo (persino passeggiando in un camposanto non riesce ad indossare un’espressione accigliata), quel suo desiderio di conversazioni frivole sul meteo o sui contenuti dello sterco dei propri animali. Questa unilaterale e apparentemente inspiegabile interruzione della loro amicizia manda in crisi Pádraic, allevatore sempliciotto e affabile, che si trova improvvisamente a percepire su di sé tutta la solitudine di una minuscola isola irlandese in cui il presente (la guerra) e il resto del mondo non sono altro che un rumore di fondo, una nuvola di fumo nel cielo da guardare in lontananza sospirando. The Banshees of Inisherin è l’ideale conclusione di quella trilogia (con The Cripple of Inishmaan e The Lieutenant of Inishmore) che Martin McDonagh aveva inizialmente pensato per il teatro. Ambientando la narrazione sulle isole Aran, già oggetto nel 1934 del documentario Man of Aran (uno di quei film che, pur diretto da uno statunitense, ha profondamente influenzato la messa in scena dell’Irlanda durante la seconda metà del ventesimo secolo), si ha la possibilità di criticare direttamente tutte quelle forme di rappresentazione che rivendicano l’autenticità (come lo stesso film di Robert J. Flaherty), rimarcando il valore della finzione e la consapevolezza che il gioco di fantasia spesso può essere più vicino alla verità rispetto ad altre forme di espressione culturale come il giornalismo, la storiografia o l’antropologia. Ma se quel documento degli anni Trenta trasmetteva (nella descrizione della relazione padre-figlio) la sensazione che quello stile di vita, quelle tradizioni isolane e quei costumi sarebbero sopravvissuti per sempre e tramandati di generazione in generazione, quello di The Banshees of Inisherin è un microcosmo senza bambini e senza futuro, in cui l’unico giovane del villaggio è un ragazzo problematico senza alcuna speranza di trovare qualcuno con cui mettere su famiglia. E se in Man of Aran il nemico principale degli abitanti dell’isola era la natura, con le sue burrascose intemperie e le sue imprevedibili tragedie, nel film di McDonagh sono gli esseri umani ad essere il principale problema per la loro stessa tranquillità e per il proprio benessere. Come per In Bruges, anche in questo caso il luogo in cui si svolge il racconto è allo stesso tempo suggestivo e noioso, affascinante e monotono, quieto e pericoloso.

Mutuando una delle idee principali della drammaturgia di Harold Pinter, il linguaggio vacuo e quotidiano utilizzato dai personaggi del film contiene una violenza latente, il desiderio soppresso di fare del male a qualcuno (o di farsi del male) appena si presenta l’occasione. È attraverso le parole, e soprattutto attraverso la loro continua reiterazione, che McDonagh costruisce la tensione (come avviene in un infuocato alterco condotto con un vocabolario limitato e giocato tutto su due sole parole: nice e dull). Una tensione che però non raggiunge mai immediatamente il proprio culmine, ma trova uno sbocco (generalmente sanguinoso) in ritardo. Le conseguenze delle azioni dei personaggi si rendono evidenti solo dopo ore dagli eventi che le hanno originate e la foga cieca e impulsiva che muove Pádraic e Colm rivela un’impreparazione a pensare in un orizzonte temporale futuro più lungo di un paio di giorni. Anche chi si dice desideroso di lavorare affinché qualcosa di lui arrivi alle generazioni successive, inevitabilmente finisce per radere al suono nel presente tutte le possibilità che potrebbero permettergli davvero di raggiungere quell’obiettivo. La sfida, tutta maschile, tra i due protagonisti del film è segnata fin dall’inizio dalla sconfitta di entrambi i contendenti. Colm, il cui rifiuto dell’amico innesca la narrazione, come tutti su quell’isola è un ignorante. E quando cercherà maldestramente di elevarsi ad intellettuale (vivere per “comporre e pensare”, dice), si dovrà confrontare con la propria inadeguatezza (sarà una donna a correggerlo sul periodo di attività musicale di Beethoven). Come sempre nel cinema di McDonagh, d’altronde, tutto ruota attorno a personaggi stupidi che gestiscono il proprio mondo interiore senza capire bene ciò che accade fuori. Uomini che sono guardati con aria di superiorità e compatimento persino dal loro bestiame o dai loro animali domestici (che, come da tradizione nei testi dell’autore irlandese, sono sempre considerati migliori rispetto agli esseri umani, spesso persino psicologicamente più sfaccettati, come avveniva per i gatti di The Lieutenant of Inishmore).

The Banshees of Inisherin è però, tra le altre cose, anche un film che prende efficacemente in giro la propensione irlandese alla creazione di una mitologia sul proprio Paese, nella fideistica convinzione che questo sia essere necessariamente un luogo amichevole e ameno che il resto del mondo debba trovare desiderabile e romantico. Inisherin è un posto in cui la mitologia si è ormai estinta e consumata. È come il set di un film al termine delle riprese o un palcoscenico teatrale dopo l’ultima replica, quando ormai è stato smontato tutto. Non ci sono più fantasmi su quell’isola e persino l’ultima banshee è andata in pensione. Non si deve più nascondere come il suo ruolo in passato imponeva, per farsi vedere solo da chi stava giungendo al termine della sua esistenza terrena, ma si muove tra gli esseri umani, va a fare la spesa con loro, come un ammonimento deambulante, un presagio che ormai non riguarda più tanto i singoli individui, ma una intera comunità di persone. Ed è forse inevitabile che un film come questo, che si svolge quando tutto è già finito, si chiuda con un finale anticlimatico, così programmaticamente insoddisfacente e incompiuto.