Se generalmente prendere nettamente le difese di uno dei propri personaggi non è la cosa migliore da fare quando si fa un film, Noah Baumbach con il suo nuovo Marriage Story mette in scena il divorzio tra Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johansson) per riflettere sulla sua separazione (reale) dalla moglie avvenuta qualche anno fa, adottando per questo un punto di vista ovviamente mai imparziale. E sorprendentemente è proprio questa presa di posizione l’idea migliore per il film. La provenienza autobiografica della narrazione non è un dettaglio superfluo: Baumbach, che il film lo ha anche scritto, non fa nulla per nascondere di essere d’accordo con uno dei due personaggi (quello maschile), ma allo stesso tempo guarda continuamente con un amore profondo e una tenerezza sincera anche l’altro personaggio (quello femminile). Anche nelle scene peggiori, quelle in cui sembra che la ragione stia tutta da un lato, non c’è rancore o cattiveria. Quello che muove il film è un sentimento complesso e radicato in grado di resistere a tutti i colpi inflitti dalla coppia. Un sentimento che forse non è più amore, ma che non per questo è meno ingombrante.

Baumbach, proveniendo dal cinema di Wes Anderson, predilige personaggi apparentemente rigidi e schematici che in realtà nascondono personalità bizzarre e singolari (essendo quasi sempre inseriti nel mondo dell’arte). La scelta degli attori diventa quindi fondamentale, come hanno sempre dimostrato i film di Anderson. Dopo Adam Sandler in The Meyerowitz Stories (sfruttato per la sua goffaggine, come già aveva fatto Paul Thomas Anderson in Punch-Drunk Love), Baumbach sceglie Adam Driver proprio per il suo minimalismo. Da sempre in Baumbach le parole sono il veicolo principale che conduce la narrazione e in Marriage Story è proprio il dialogo la chiave del film, il mezzo per vincere il dolore e per riuscire ad accettare la “fine di un matrimonio” (come recita la didascalia iniziale) e non del sentimento che lo ha fatto nascere. Ogni scambio tra Adam Driver e Scarlett Johansson riesce a suggerire la difficoltà di trovare le cose giuste da dire per lasciarsi, mettendo a confronto due modi così diversi di esprimersi e di modulare la voce.

Proprio come nei film di Anderson, questi due protagonisti vivono in un mondo di comprimari tratteggiati come se fossero personaggi di un cartone animato, uomini e donne di cui è possibile capire immediatamente il carattere dal taglio di capelli o dai vestiti che indossano. Con le inquadrature di Ingmar Bergman (nel film viene nominato Scenes from a Marriage, ma Baumbach dice di essersi ispirato a Persona) e con gli archetipi narrativi di Woody Allen (da cui ruba anche gli attori, tra cui Wallace Shawn di Manhattan, Alan Alda di Crimes and Misdemeanors e Julie Hagerty di A Midsummer Night's Sex Comedy), Marriage Story è sorprendente per il modo in cui guarda i suoi personaggi, amandoli entrambi ma tifando per uno solo di essi, e arranca invece nel momento in cui cerca di rifare Kramer vs. Kramer.