Clint Eastwood sceglie per il suo trentottesimo film di narrare la storia di un anziano floricoltore in rovina che decide di diventare un corriere della droga per alcuni trafficanti messicani. Lo fa adottando il tono leggero e tenue della commedia, cioè quello che in teoria sarebbe il meno adeguato per mettere in scena una vicenda del genere. Materiale perfetto per un thriller o per un film grottesco, che invece per il regista americano diviene la base di una calma e distesa ballata. Eastwood decide di non calcare la mano sull’aspetto tragicomico di un vecchietto molto calmo e socievole (l’esatto contrario della figura rigida ed elusiva canonizzata con Gran Torino) che si trova a lavorare per uno spietato cartello di criminali, ma neanche di accentuare, al fine di costruire la tensione, la situazione di costante pericolo in cui vive il protagonista, costretto ad affrontare le sempre più feroci minacce della gang. The Mule è infatti un road movie di stampo classico, in cui all’azione si preferisce l’andamento quasi lento e addirittura contemplativo che è caratteristica fondamentale del cinema che ha per protagonisti dei personaggi anziani, uomini che svolgono spesso professioni generalmente destinate a persone più giovani di loro con la serenità di chi ha raggiunto una veneranda età e non con la foga di chi è ancora carico di energie.

Sorprendentemente The Mule è forse uno dei film più limpidi e chiari della lunghissima filmografia di Clint Eastwood, in grado di mettere in scena senza ambiguità la politica del suo cinema, che da sempre veicola una visione del mondo nel quale tutti vengono giudicati per come scelgono di comportarsi e mai per quello che sono (quindi aprioristicamente). L’insulto sprezzante ed offensivo utilizzato come modo di scherzare (già Walt Kowalski insegnava al ragazzo coreano che gli uomini si devono insultare a vicenda) diviene strumento per mettere tutti sullo stesso piano. Le persone non si condannano per le parole che pronunciano, ma per le azioni che compiono (o che non compiono, tirandosi indietro).

Già con lo scorso Ore 15:17 - Attacco al treno, il prolifico cineasta statunitense aveva sperimentato una regia meno invasiva e riconoscibile, rinunciando quando era necessario alla sofisticata composizione delle immagini e prediligendo ad essa la “rapidità” della narrazione ed una messa in scena quasi invisibile. Proprio come il suo Leo Sharp, che accetta un incarico sospetto senza chiedersi cosa effettivamente stia trasportando nella sua macchina, così Eastwood ha smesso di farsi troppi problemi non avendo ormai più niente da dimostrare. È impossibile guardare a The Mule se non in chiave biografica: il rimorso di aver trascurato in alcuni momenti la famiglia per dedicarsi alla carriera (la figlia di Sharp è interpretata da Alison Eastwood, figlia di Clint) o ancora il dolore per un lutto che il protagonista deve affrontare. Ma ciò che il film paradossalmente riesce a spiegare in maniera davvero efficace sul regista che lo dirige è il suo testardo ed inguaribile amore per il mezzo filmico, che non ha mai smesso di usare per indagare prima di tutto l’etica dei suoi personaggi (e di riflesso la propria). Tutti i personaggi “eastwoodiani” si trovano ad un certo punto della loro vita a dover prendere delle decisioni dalle quali si ricaverà una personale morale a cui essere fedeli, che si parli di cowboy, di militari decorati, di reduci, di poliziotti o persino di criminali (nel cinema di Eastwood è possibile empatizzare anche con loro). Decisioni che i personaggi devono prendere nell’attimo stesso in cui queste si presentano davanti a loro, come se non ci fossero conseguenze da valutare ma solo la necessità di agire subito.

Stavolta tutto ciò che da sempre muove il cinema di Clint Eastwood viene espresso dalle scene che ad un primo sguardo si etichetterebbero come superflue o addirittura gratuite: un corriere della droga controllato a vista da criminali che decide di effettuare una sosta non prevista per mangiare “il miglior panino col pulled pork” o ancora un automobilista latino che viene fermato da un poliziotto solo perché messicano e quindi corrispondente al generico identikit del narcotrafficante (“statisticamente questi sono i cinque minuti più pericolosi della mia vita”, dirà l’uomo). The Mule è un film in cui ogni inquadratura sembra chiamare la successiva, ma che rinuncia ad una narrazione che procede per scene chiave. Il momento cardine del film, quando guardia (Bradley Cooper) e ladro (Clint Eastwood) si trovano finalmente l’uno di fronte all’altro, ricorda il celebre confronto tra Pacino e De Niro in Heat di Michael Mann. Ma la tensione in The Mule è tutta hitchcockiana: è lo spettatore a conoscere cosa c’è dietro quel fortuito incontro in un bar, non i personaggi.

Eastwood realizza un film cinematograficamente semplicissimo, rendendo ancora più impercettibile la sua regia ma non rinunciando alla complessità che ogni decisione dei personaggi ed ogni loro scambio (anche il più trascurabile) porta con sé. The Mule, come già il precedente film del regista, insegue il “realismo” e la “verosimiglianza” senza per questo negare la costruzione cinematografica della storia, che percepiamo sempre come fittizia anche se continuamente contrastata dalla ordinarietà con cui i protagonisti svolgono le loro azioni (anch’esse evidentemente cinematografiche). La nuova opera di Clint Eastwood si riassume nel sereno e giocoso canticchiare del protagonista durante i suoi viaggi in macchina. Perchè Leo Sharp adotta quello “slow way of life” che lo stesso Eastwood sembra suggerire sia il modo migliore per affrontare la vita, concedendosi qualche sfizio ma vivendo a velocità sempre moderata.

Paradossalmente, in un film così tenero e vitale, il dolore e il lutto appaiono fuori posto. Non sentiremo fino in fondo il dramma che sul finale colpirà il protagonista perché poco spazio viene dato nel corso del racconto a quella vicenda personale. Si tratta di un errore non di poco conto, ma che non rovina la morbidezza di un film che sembra voler essere prima di ogni altra cosa piacevole, in grado di comunicare un ottimismo contagioso che neanche i momenti di tristezza possono scalfire. Vivere ciò che resta: è quello che ci insegnano gli emerocallidi coltivati da Leo Sharp (destinati a seccare dopo ventiquattr’ore) e ciò che Clint Eastwood, giunto alla rispettabile età di 88 anni, vuole affermare con il suo cinema.