Sarebbe impossibile definire davvero “nuovo” questo ennesimo film di Jia Zhangke basato sul materiale mai utilizzato di altri suoi film precedenti. Opera sommativa quanto eterogenea, che mescola immagini “rubate” da piccole camere digitali, con quelle più elaborate, nitide e stilizzate nello stile noir di A Touch of Sin, fino a sperimentare le più recenti modalità di ripresa (e sorveglianza) con occhi meccanici. Caught by the Tides un documentario, un melodramma, un musical e un’epopea: generi che collidono come atomi, cambiando la chimica di questa opera instabile, sottoposta a costanti processi interni e a reazioni tra i diversi materiali cinematografici, capace di raccontare gli stravolgimenti epocali di una società così come i suoi movimenti fugaci, di riesumare le rovine del passato e svelare le loro proiezioni future. Documentando con generoso radicalismo (un po’ alla Michael Snow) e altrettanta intuizione i tumulti della società cinese e dei suoi abitanti invisibili, nei suoi recessi geografici, quanto le prospettive di una tecnologia in perenne espansione, Jia Zhangke risponde alla paura di un mondo privo di umanità (perché estinta o perché sostituita) con un’opera interamente dedicata ad essa e alle sue più minuscole manifestazioni. 


Il regista ha avuto l’idea di attingere al patrimonio di filmati inediti di molti dei suoi lavori precedenti per raccontare una storia nuova, differente da quella che si raccontava nei film citati. Utilizzando spezzoni di Unknown Pleasures (2003) e Still Life (2007) e aggiungendo nuovi filmati girati più recentemente, Jia Zhangke compone un melodramma sublime e minimalista, che è anche un documentario eccezionale sulla Cina nei primi venticinque anni del ventunesimo secolo. Insieme una lezione prodigiosa su come agisce il tempo sul corpo umano – studio che lo avvicina sempre più a Tsai Ming-liang, con i suoi due attori feticci, Li Zhubin e Zhao Tao – e su come funziona il cinema in relazione col tempo. Nel riciclaggio delle proprie inquadrature per un secondo utilizzo, si apre la possibilità concreta di un’ecologia delle immagini incredibilmente inventiva. Il film coinvolge, mette in gioco, frantuma in cento pezzi, un’idea di cinema come pratica del tempo. Recuperare questi frammenti di finzione e rielaborarli per raccontare ogni volta una storia diversa, o una possibile versione parallela della stessa, per tirare fuori un altro film già virtualmente contenuto nel materiale degli altri, vuol dire operare sul passato trattandolo come un archivio inesauribile, che reagisce alle variazioni e alle preoccupazioni dell’oggi, seguendo il volgere degli eventi. Covid, AI, sullo sfondo di una società di controllo totale nella Cina di Xi Jinping: il presente del film trasforma la materia del passato, dando un nuovo motivo di esistere a ciò che era stato precedentemente messo in un cassetto. 


Si dice spesso che il cinema, anche a distanza di tempo, sia sempre capace di interrogare la contemporaneità, di riattualizzarsi continuamente, ma è vero anche il contrario: che l’attualità è uno strumento utile per riattivare immagini sopite. Caught by the Tides normalizza al cinema ciò che da anni si fa con la musica, attraverso i bootleg (c’è chi, come Bob Dylan, ha fondato una nuova mitologia con i ritrovamenti della “bootleg series”) e i mixtape: sequenze di brani collegati da un tema o da stati d’animo, raccolte di tracce riassortite su misura per uno specifico destinatario. Destinatario che, in questo caso, è il pubblico. O meglio, la platea degli affezionati spettatori del cinema di Jia Zhangke. A scorrere davanti ai loro occhi non sono solo le immagini montate dal regista, la sua filmografia trentennale racchiusa in un best-of, ma anche le emozioni dei suoi spettatori più fedeli: i luoghi in cui hanno visto questi film, le persone che li hanno accompagnati in sala (o sul divano). In breve, tutta la loro esistenza. Per chi invece non lo conosce già, troverà il cinema di Jia Zhangke nella sua quintessenza. Un punto di ingresso da dove cominciare a esplorare, andando a ritroso, fino a quello Still Life che è opera-pianeta attorno alla quale ruotano tutte le altre (come The Tree of Life per Malick). Il capolavoro di una vita che un artista continua a riprendere e ritoccare. Jia Zhangke non può, non vuole, parlare d’altro se non di quel cambiamento di civiltà che ha sconvolto la sua vita quotidiana e quella dei suoi concittadini. Oggi è nelle sue stesse immagini di questo primo quarto di secolo che trova, legittimamente, il materiale per raccontarlo ancora un’altra volta. L’eroina Zhao Tao, musa e moglie del regista, è capace di farsi sguardo puro, alla deriva in mezzo all’immensità, alla folle, alle “great expectations”, ma anche - quando serve - di assumere la postura di un personaggio cinematografico, il cui romanticismo fa quasi a meno di dialoghi, evoca il cinema muto, attraversa tre decenni, da Pulp Fiction a TikTok.