Come prevedibile il remake di Suspiria a firma Luca Guadagino è un film che non vuole ricalcare un classico del cinema per rendergli omaggio (come invece fanno i suoi remake apocrifi, in primis The Neon Demon di Refn) ma è un lavoro personale che vuole essere la massima espressione di un cinema che comunica con i corpi dei suoi personaggi e lascia che sia la loro pelle a parlare. Una delle differenze maggiori (non l’unica) fra il film originale ed il remake emerge fin dalla scena iniziale: se il primo suggeriva un enigma che poi voleva risolvere man mano, il secondo rende chiaro fin dall’inizio ciò che invece quello del 1977 rivelava solo nel finale. La nuova versione non cerca quindi di creare la paura precludendo al pubblico la conoscenza di qualcosa, ma invece esibendo la violenza su schermo e lasciando che essa si renda visibile a chi guarda con i segni che lascia sui corpi dei personaggi.

Non è quindi un caso se il remake di Suspiria, in linea con quel film “epidermico” che era Call me by your name, sembra voler parlare di danza più che aderire alle convenzioni e ai meccanismi degli horror. Susy ha la perseveranza propria di chi vuole dedicarsi all’agonismo e Guadagnino riprende le giovani ballerine nei lunghi esercizi che devono eseguire per raggiungere la perfezione nel loro campo. Solo con la dedizione ed il sudore quella danza può quindi servire al suo scopo finale, ovvero evocare la magia nera. Quello che il film originale diceva con i colori lisergici, qui viene espresso con una ossessione verso la carne (per la sua lacerazione e la sua rimarginazione) che diviene pulsione sessuale. Ossessione che culminerà in un delirio di corpi che esplodono, che si devono aprire per fare spazio a ciò che deve infilarsi in loro, che si sfaldano sino a divenire scie e segni senza forma propria.

La grande innovazione del film risiede nella decisione di Guadagnino di voler legare le vicende che avvengono nella scuola di danza Tanz a quelle che invece si svolgono fuori da quelle mura, in una Berlino (non più Friburgo) ancora divisa dal Muro (che si erge proprio al di fuori dell’accademia). Ma la connessione che vi è fra la narrazione del film e quella della cronaca del periodo non è quella che vi è sempre nelle opere di Del Toro (in cui la narrazione immaginaria diviene paradigma di quella reale) ma è invece una relazione che sembra individuare nelle “maghe” della scuola la causa di ciò che succede nel Paese. Conoscono ciò che è successo e ciò che ancora succede nel mondo e le loro riunioni somigliano più a quelle di un cda aziendale che a cerimoniali pagani che si possono compiere solo con un sacrificio di sangue. Non sempre le due linee della narrazione, quella orrorifica e quella della cronaca, si influenzano come dovrebbero, perché il film non risolve mai davvero le implicazioni della loro correlazione.

La mano di Guadagnino conduce il pubblico nel passaggio che dal vecchio Suspiria conduce al suo remake: dalla regia degli anni ’70, quella degli zoom a schiaffo e con la cinepresa che si muove in maniera sempre brusca e veloce, si passa pian piano ad una più moderna, sino ad arrivare a picchi che ricordano quelli lynchiani del sequel di Twin Peaks (in cui le visuals rimanevano cosa a sé e non cercavano mai di inserirsi in maniera organica con la scenografia del film).

Guadagino decide di non rifare le scene più famose del film del 1977 e di non emulare quella che forse è la cosa che più ci si ricorda di quel classico, ovvero l’uso delle luci, per proporre invece una sua idea di messa in scena. Il suo remake non ha la presunzione di voler essere fino in fondo un’opera art-house ma non possiede nemmeno quel rigore che si richiede ad un film che mira ad arrivare al pubblico più ampio possibile. Il nuovo Suspiria non è quindi il migliore dei film possibili, ma quello di Guadagnino è di sicuro il modo migliore che si può scegliere per realizzarlo.