Come spesso avviene per i film che provengono da Paesi che vivono una difficile crisi sociale, sarebbe facile ridurre anche la nuova opera di Kornél Mundruczó ad una allegoria dell’Ungheria di Orbán. Eppure Mundruczó sembra non avere alcuna voglia di schierarsi, realizzando invece un film che insegue le grandi produzioni americane e che non somiglia per nulla agli affreschi dolci e lacrimevoli di cui spesso si serve il cinema europeo per narrare il fenomeno delle migrazioni in Europa. Il film-maker ungherese riprende alcune delle idee visive di Nolan (e di Cronenberg, da cui ruba lo stratagemma tecnico del set che ruota attorno agli attori de La Mosca) e gira quasi sempre in piano sequenza e con grande profondità di campo (come ne I figli degli uomini di Cuarón, che richiama anche nei colori).

Più che sul modo in cui i film parlano di ciò che avviene nel mondo reale, sarebbe utile domandarsi invece in che maniera il contesto politico e sociale di determinati Paese ne influenza la produzione cinematografica. Come i film di Alexandros Avranas e Yorgos Lanthimos non sono quasi mai esplicite metafore della situazione greca, eppure condividono lo stesso affresco di una società bieca e senza speranza, così dall’Ungheria di Orbán nascono i racconti distopici di Mundruczó, che quasi sempre prendono il via da una decisione governativa (in White God era la tassa sui cani, in Jupiter’s Moon è la politica sui migranti) ma che si traducono in opere che non vogliono semplicemente “dire qualcosa”, ma dirla in un certo modo, attraverso determinate forme cinematografiche e specifici linguaggi.

C’è della forte ironia nella maniera in cui Mundruczó decide di aprire il suo film come se fosse un war movie, i cui protagonisti non sono soldati ma persone che proprio dalla guerra sono appena scappati per cercare accoglienza in un Paese in cui vivere sereni, ma che invece ordina alle sue forze dell’ordine di sparare loro addosso proprio come le milizie dei territori da cui sono fuggiti. Come già nel caso norvegese del Thelma di Joachim Trier, il linguaggio a cui si rifà Mundruczó è quello del cinema oggi più popolare: Jupiter’s Moon infatti è solo superficialmente un film sci-fi (come solo superficialmente lo era anche Thelma) ma pian piano prende le forme di una origin story supereroistica sino ad un finale che toglie qualsiasi dubbio in merito.