Venezia 83 | Danny Boyle firma con Ink un film seducente sull’ascesa di Murdoch

Danny Boyle con Ink decide di raccontare la nascita del tabloid più sfacciato del giornalismo britannico attraverso un cinema altrettanto sfrontato nello stile.

Venezia 83 | Danny Boyle firma con Ink un film seducente sull’ascesa di Murdoch

Danny Boyle firma con Ink un film seducente sull’ascesa di Rupert Murdoch (Guy Pearce), raccontando il momento in cui decide di conquistare il mercato britannico della carta stampata alla fine degli anni Sessanta, rilevando un giornale in difficoltà e affidandone la direzione a Larry Lamb (Jack O’Connell), giornalista di origini popolari caratterizzato da un’ambizione enorme e pochissimo rispetto per le convenzioni della Fleet Street. Il compito è apparentemente impossibile: trasformare il The Sun in un quotidiano capace di strappare lettori al potentissimo – e autorevole – Daily Mirror. Lamb mette insieme una redazione, rompe gerarchie, recluta giornalisti, si mette in ascolto di ciò che il pubblico vuole leggere, anche assecondandone le pulsioni più basse. E soprattutto decide che il giornale non deve più parlare ai lettori dall’alto verso il basso.

La cosa più intelligente che Danny Boyle fa con Ink è anche quella che, a prima vista, potrebbe sembrare la più banale: raccontare la nascita del tabloid più sfacciato del giornalismo britannico attraverso un cinema altrettanto sfrontato nello stile. Il nuovo film del regista di Trainspotting non si limita infatti a mettere in scena la rivoluzione editoriale che Rupert Murdoch e Larry Lamb portarono nel mondo del giornalismo britannico, ma ne assume la grammatica, il ritmo, l’aggressività, perfino una certa spudorata voglia di piacere. Anche prendendone le distanze, si identifica con queste persone che hanno dovuto subire i pregiudizi da parte dell’establishment inglese e non fa nulla per nascondere il proprio disprezzo nei confronti di quella austera e giudicante nomenclatura. Il vecchio giornalismo è serio, autorevole, pedagogico. Il nuovo tabloid fondato da Murdoch e Lamb vuole invece essere popolare, irriverente, scandaloso, divertente. Vuole essere accattivante e, soprattutto, vuole vendere. Come, d’altronde, il cinema di Boyle.

E allora forse il vero oggetto di Ink non è tanto il giornalismo, ma l’attenzione del pubblico. Come si conquista? Come si trasforma in potere? E, soprattutto, quanto bisogna urlare prima che qualcuno cominci ad ascoltare? Tutto viene in pensato in funzione di un unico obiettivo: evitare che il lettore (e lo spettatore) venga distratto da altro. Un ragionamento che, indirettamente, finisce per riguardare anche il cinema così esagerato, pirotecnico, dello stesso Boyle, che avrebbe potuto raccontare tutto questo come una parabola morale – il momento in cui il giornalismo rinuncia alla propria funzione civile e scopre il potere perverso del mercato – e invece decide di stare con i suoi personaggi. Non li guarda con il distacco di chi ha già stabilito chi siano i buoni e chi i cattivi. Al contrario, sembra divertirsi con loro, almeno per gran parte del film. 

Per questo Ink funziona meglio quando rinuncia alla tentazione di giudicare e si lascia sedurre dalla propria materia. Larry Lamb è un protagonista carismatico proprio perché è un uomo che ha capito qualcosa prima degli altri: che il pubblico non vuole necessariamente essere istruito, e nemmeno rassicurato. Vuole essere coinvolto. Vuole sentire che quella storia lo riguarda. Vuole ridere, indignarsi, scandalizzarsi. Vuole parlare del giornale che ha appena comprato. Ed è difficile non vedere un parallelo quasi programmatico tra il direttore del The Sun e il regista di Ink. Entrambi diffidano della rispettabilità come valore estetico. Entrambi hanno bisogno dell’eccesso. Entrambi lavorano sull’impatto immediato. Entrambi sembrano partire dalla stessa domanda: come faccio a conquistare il pubblico prima che il pubblico possa scegliere di andarsene (cambiare canale, interrompere la visione in streaming, posare il giornale)?

Perché se Ink fosse stato soltanto un film contro i propri personaggi, sarebbe stato un film molto più facile. Boyle fa invece qualcosa di più scomodo: racconta la seduzione del mostro. Ne mostra l’inventiva, il talento, l’energia. Ci fa capire perché quella formula abbia funzionato. E mentre la critica, la utilizza.