Clayface è un cinecomic sorprendente che parla di deepfake e IA
Clayface, il nuovo film dell’universo DC sceneggiato da Mike Flanagan e diretto da James Watkins, si pone una domanda inedita: che cosa rimane dell’attore quando la sua immagine può essere riprodotta e perpetuata artificialmente?
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale e del deepfake, in cui il volto di un attore può essere riprodotto, modificato e applicato a un altro corpo, fino a sopravvivere persino alla morte dell’individuo al quale apparteneva, Clayface, il nuovo film dell’universo DC sceneggiato da Mike Flanagan e diretto da James Watkins, assume un significato inedito. La trasformazione del corpo dell’interprete in una materia infinitamente manipolabile, capace di assumere qualsiasi forma, diventa infatti l’occasione per interrogarsi su una delle questioni più urgenti del cinema contemporaneo: che cosa rimane dell’attore quando la sua immagine può essere riprodotta e perpetuata artificialmente? E che cosa rimane del cinema quando i corpi che lo abitano smettono di appartenere a qualcuno?
Matt Hagen, interpretato da Tom Rhys Harries, è un attore all’apice del successo, candidato all’Oscar e apparentemente padrone della propria immagine, finché una relazione con la protetta di un potente boss mafioso non gli costa una brutale aggressione e la distruzione del volto. Il tentativo di recuperare ciò che ha perduto lo conduce a una ricercatrice - interpretata splendidamente da Naomi Ackie - che ha sviluppato una tecnologia di nanorobot assistita dall’intelligenza artificiale, capace di rigenerare i tessuti. Ma l’esperimento produce qualcosa di radicalmente diverso: non più un volto da ricostruire, bensì una materia da plasmare, un organismo che può assumere qualsiasi sembianza e generare deformazioni mostruose. Non è un caso che il protagonista sia proprio un attore, come Basil Karlo in Detective Comics. Il volto, che costituisce uno dei principali elementi di riconoscimento dell’identità individuale e pubblica, nel suo caso è anche uno strumento di lavoro, un capitale economico, una merce. La violenza che lo sfigura interrompe la possibilità stessa di continuare a esistere all’interno dell’industria cinematografica e la tecnologia che dovrebbe restituirgli questa possibilità finisce paradossalmente per rendere superflua la sua identità originaria. Clayface può essere letto allora come una fantasia mostruosa sull’intelligenza artificiale applicata al corpo dell’interprete, che porta alle estreme conseguenze processi già in corso nell’industria audiovisiva.
Il deepfake ha reso possibile separare il volto dalla persona alla quale appartiene, trasferendolo su altri corpi, facendogli pronunciare parole mai dette e compiere azioni mai realizzate. Ma Clayface immagina qualcosa di ancora più radicale: non è più soltanto l’immagine del corpo a essere manipolata, bensì il corpo stesso a diventare un’immagine modificabile. Matt Hagen è, in qualche modo, un deepfake vivente, un attore che non ha più bisogno di interpretare qualcun altro perché può letteralmente assumerne le sembianze di tutti. Il paradosso è che questa possibilità illimitata di trasformazione coincide con la perdita di qualsiasi identità stabile. Nel momento in cui può essere chiunque, Hagen non riesce più a essere se stesso. Il deepfake, del resto, non mette in discussione soltanto l’autenticità delle immagini, ma anche il rapporto di fiducia sul quale si è storicamente fondata una parte dell’esperienza cinematografica: la convinzione che dietro un volto, un gesto, un’espressione, ci sia stato almeno un corpo reale a produrli. Persino la morte rischia così di perdere il proprio carattere definitivo. Un interprete scomparso può continuare a recitare, o quantomeno la sua immagine può essere impiegata in nuove produzioni, trasformandosi in un’entità artificiale che prolunga indefinitamente un’esistenza conclusa. La promessa di immortalità del cinema, che un tempo consisteva nella capacità di conservare la traccia di un corpo realmente esistito, diventa la possibilità di produrre nuove immagini di quel corpo anche in sua assenza. Non più la sopravvivenza di una presenza attraverso la registrazione, ma la produzione di una presenza che non ha più bisogno di esistere.

Questa riflessione trova una corrispondenza nella stessa natura industriale di Clayface, proprietà intellettuale continuamente rimodellata attraverso decenni di fumetti, serie animate e differenti incarnazioni dell’universo di Batman. La poltiglia di cui è composto il personaggio diventa così una metafora dell’industria del cinecomic contemporanea, nella quale ogni figura può essere manipolata, reinventata o sostituita a seconda delle esigenze produttive, fino al suo esaurimento commerciale. Anche il film, del resto, sembra composto da frammenti di altri film, attraverso un repertorio di immagini e convenzioni che il cinema horror contemporaneo continua a rielaborare. La progressione narrativa attraversa territori altrettanto riconoscibili: il body horror (da Cronenberg a Yuzna, fino ai più recenti The Substance e Smile), il noir criminale, il melodramma dell’attore sfigurato che richiama Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma, il racconto fantascientifico dell’esperimento sfuggito al controllo e infine l’origin story del villain.
È come se il film procedesse attraverso un sistema di riconoscimento e applicazione delle convenzioni di genere, passando da una configurazione narrativa all’altra con la stessa facilità con cui il protagonista modifica il proprio corpo. L’intelligenza artificiale diventa così anche una possibile figura del racconto stesso: una macchina che conosce le regole del noir, dell’horror e del cinema supereroistico, ne anticipa gli sviluppi e ne organizza la successione. Del resto, un’origin story è per definizione un racconto il cui punto d’arrivo è già conosciuto, un prompt già fornito. Lo spettatore sa che Matt Hagen dovrà diventare Clayface, e ogni avvenimento viene interpretato in funzione di questa destinazione inevitabile. Il film non deve inventare ciò che accadrà, ma trovare una nuova combinazione di eventi che conduca a un risultato prestabilito. La narrazione assume così il carattere di una procedura, di un processo di elaborazione che organizza materiali preesistenti per produrre un’identità già inscritta nel sistema. La mostruosità del protagonista finisce per coincidere con quella di un racconto che non può sottrarsi alla propria programmazione.
È soprattutto in questa dimensione metacinematografica che si riconosce la qualità della scrittura di Mike Flanagan, capace di utilizzare un personaggio apparentemente marginale dell’universo DC per interrogare il rapporto tra identità, rappresentazione e riproducibilità tecnologica. Meno convincente appare invece il lavoro di James Watkins, la cui regia non sempre riesce a dare una forma altrettanto originale alle intuizioni della sceneggiatura. Se gli effetti speciali restituiscono con efficacia la violenza delle trasformazioni corporee, la messa in scena rimane spesso prigioniera proprio di quelle convenzioni che il film sembra voler mettere in discussione.