Cannes 79 | La famiglia utopica di Kore’eda si spinge oltre l’umano con Sheep in the Box
Sheep in the Box rappresenta un esperimento particolarmente interessante, perché Kore’eda porta la sua concezione di famiglia fino al punto in cui rischia di entrare in contraddizione con sé stessa.
C’è qualcosa di profondamente coerente, e al tempo stesso sorprendente, nella decisione di Hirokazu Kore’eda di dedicare il suo nuovo film, Sheep in the Box, a una coppia che, dopo aver perso tragicamente il figlio di sette anni, accetta di accogliere nella propria casa un androide dotato delle sembianze e dei ricordi del bambino scomparso. Perché, a ben vedere, il regista giapponese non ha fatto altro, negli ultimi anni, che interrogarsi su cosa significhi appartenere a una famiglia, arrivando progressivamente a estenderne i confini ben oltre quelli stabiliti dalla biologia, dalla legge e dalle convenzioni sociali. Stavolta, però, compie un passo ulteriore: dopo aver sottratto la famiglia ai vincoli di sangue, prova a immaginare cosa accada quando a rivendicare un posto al suo interno è qualcosa che non appartiene nemmeno al genere umano.
È una questione che attraversa tutta la sua filmografia. In Un affare di famiglia, spingeva questa intuizione fino alle sue conseguenze più radicali, chiedendo allo spettatore di riconoscere una forma autentica di solidarietà familiare all’interno di una comunità di piccoli criminali, individui che si erano ritrovati insieme per ragioni tutt’altro che nobili e che, secondo i criteri morali e giuridici abituali, non avrebbero nemmeno dovuto costituire una famiglia. Ne Le buone stelle, persino un gruppo di trafficanti di bambini poteva diventare il nucleo provvisorio di una comunità affettiva, fondata non sull’appartenenza ma sulla responsabilità reciproca. Il punto, per Kore’eda, non è mai stato semplicemente dimostrare che esistono famiglie diverse da quella tradizionale. Il suo cinema sembra piuttosto suggerire che la famiglia non sia un dato naturale, un’identità che precede le relazioni, ma qualcosa che si costruisce attraverso le relazioni stesse. Non si appartiene a una famiglia perché si condivide un patrimonio genetico, ma perché si sceglie, giorno dopo giorno, di prendersi cura di qualcuno. È una concezione che sottrae la parentela alla necessità biologica per restituirla alla contingenza degli incontri, alla fragilità degli affetti, persino alla possibilità dell’errore. Le famiglie di Kore’eda sono spesso comunità imperfette, precarie, talvolta moralmente compromesse, eppure capaci di produrre forme di amore e protezione che le istituzioni ufficialmente deputate a garantirle non riescono a offrire.
In questo senso, Sheep in the Box rappresenta un esperimento particolarmente interessante, perché porta questa concezione della famiglia fino al punto in cui rischia di entrare in contraddizione con sé stessa. Se ciò che definisce una relazione familiare non è la consanguineità, ma la cura, l’affetto e la condivisione dell’esperienza quotidiana, su quali basi possiamo escludere a priori un’intelligenza artificiale? Se un androide può abitare una casa, condividere abitudini, suscitare tenerezza, diventare oggetto di attenzioni e responsabilità, che cosa gli impedisce di essere riconosciuto come parte di una famiglia? Kore’eda, però, si guarda bene dal fornire una risposta rassicurante. A differenza di quanto ci si potrebbe aspettare alla luce dei suoi film precedenti, non cerca affatto di persuadere lo spettatore che la convivenza tra esseri umani e androidi costituisca semplicemente un’ulteriore, legittima declinazione della famiglia contemporanea. Al contrario, ne mette immediatamente in evidenza gli aspetti grotteschi, le contraddizioni, persino una certa irriducibile assurdità. Il bambino artificiale non è soltanto un nuovo membro della famiglia: è, prima di tutto, il tentativo di occupare un posto lasciato vuoto da qualcuno che non esiste più.

Da questo punto di vista, il bambino artificiale è anche una figura paradossale. Possiede i ricordi di qualcuno che non è, viene accolto in virtù di un’identità che gli è stata assegnata e deve rispondere al desiderio di due genitori che vorrebbero riconoscere in lui il figlio perduto. Ma è proprio questa aspettativa a impedirgli di esistere come qualcosa di diverso. Il problema non è soltanto se una macchina possa diventare un figlio, ma se sia giusto chiedere a qualcuno, umano o artificiale che sia, di vivere al posto di un altro. In fondo, è una questione che Kore’eda aveva già affrontato in Father and Son: anche lì, l’idea di paternità entrava in crisi nel momento in cui il figlio reale si rivelava irriducibile all’immagine che il padre aveva costruito di lui. È significativo, allora, che Sheep in the Box non adotti mai uno sguardo ostile nei confronti dell’androide. Al contrario, Kore’eda sembra riservargli una tenerezza particolare, soprattutto quando viene meschinamente ridotto alla condizione di un elettrodomestico, paragonato a un’aspirapolvere o a un tamagotchi. Sono paragoni che rivelano tutta l’ambiguità del nostro rapporto con la tecnologia: da un lato le attribuiamo caratteristiche umane, pretendiamo che comprenda le nostre emozioni e risponda ai nostri bisogni affettivi. Dall’altro, continuiamo a considerarla un oggetto di cui disporre liberamente, qualcosa che può essere acquistato, utilizzato e, all’occorrenza, sostituito.
La svolta favolistica del racconto acquista così un significato più profondo. Quando Kore’eda abbandona progressivamente il realismo per avventurarsi in territori che ricordano il cinema di Steven Spielberg, non sta necessariamente rinunciando alla complessità delle questioni sollevate. Sta piuttosto cercando nella finzione cinematografica uno spazio in cui immaginare una soluzione impossibile nella realtà. La favola gli consente di concedere anche all’androide ciò che i suoi personaggi hanno sempre cercato: una comunità di riferimento, un luogo in cui essere accolto senza dover necessariamente corrispondere alle aspettative di qualcun altro. È qui che il film arriva forse alla sua intuizione più interessante. Dopo aver raccontato per anni famiglie che si costituiscono al di fuori delle regole della parentela biologica, Kore’eda sembra suggerire che anche l’androide abbia bisogno di trovare una propria forma di appartenenza. Ma questa non coincide necessariamente con la famiglia umana che vorrebbe adottarlo. Perché riconoscere l’alterità di qualcuno significa anche rinunciare a farne il semplice prolungamento dei nostri desideri.
La dimensione fantastica di Sheep in the Box non rappresenta allora una semplice evasione dal realismo, ma il tentativo di spingere fino alle sue conseguenze più estreme l’utopia (e non distopia) comunitaria che attraversa l’intero cinema di Kore’eda. Se nei suoi film precedenti la famiglia si configurava come una forma di resistenza alle convenzioni sociali, un luogo in cui sperimentare legami alternativi a quelli prescritti dalla biologia e dalle istituzioni, qui è la stessa immaginazione cinematografica a farsi carico di inventare una comunità che la realtà non è ancora in grado di contemplare. In questo senso, la favola non risolve le contraddizioni del racconto, ma le trasferisce su un piano propriamente teorico: quello in cui una creatura artificiale può aspirare a una comunità che non la consideri né un oggetto da utilizzare né il surrogato di qualcuno che non c’è più.
Kore’eda parte da un immaginario ormai familiare, che rischia di apparire persino stereotipato, prigioniero di interrogativi che la fantascienza cinematografica ripropone da decenni, e trova il suo senso più profondo nel momento in cui smette progressivamente di preoccuparsi della verosimiglianza sci-fi e si abbandona completamente alle possibilità del fantastico. Gli interessa piuttosto esplorare ciò che la loro esistenza rende possibile sul piano dell’immaginazione, spingendo la propria concezione della famiglia oltre il limite che sembrava aver raggiunto. Ed è significativo che questo movimento non si esaurisca nell'integrazione della creatura artificiale all’interno di una famiglia umana, ma lasci intravedere la possibilità di una forma di appartenenza autonoma tra gli androidi stessi. Kore’eda sembra immaginare che gli androidi possano appartenere gli uni agli altri prima ancora di dover appartenere a noi. Il fantastico consente a Kore’eda di compiere questo salto senza doverne dimostrare la plausibilità scientifica o sociologica: gli permette di immaginare un mondo che non esiste, e che forse non potrà mai esistere, ma la cui rappresentazione incrina le certezze del nostro. Perché il futuro che Kore’eda immagina non è quello di macchine sempre più simili agli uomini, ma quello di forme di convivenza radicalmente diverse dalle nostre, che il cinema può rendere visibili proprio nel momento in cui rinuncia a doverle giustificare secondo le regole del presente.