Send Help, il nuovo film di Sam Raimi è una irresistibile riflessione sul potere
È un film sul potere, questo Send Help, che ovviamente è anche il potere della regia, dell’autore che impone le sue scelte attraverso la selezione di una possibilità tra molte e al tempo stesso l’esclusione (e invisibilizzazione) di tutte le altre.
Il nuovo film di Sam Raimi da un lato è l’atteso “comeback” a quel cinema di genere da cui si era progressivamente allontanato negli ultimi anni, ma è anche inaspettatamente un’opera tematicamente molto affine alla sua rivisitazione de Il meraviglioso mago di Oz, raccontando in entrambi i casi - se pur con le dovute differenze - di un protagonista che aspira a qualcosa di più per se stesso e che riuscirà a soddisfare questo suo desidero solamente in un mondo “altro” rispetto a quello in cui vive. In questo caso “l’altrove” non è un’immaginifica terra magica ma un’isola in cui un’inappuntabile e infaticabile impiegata, quotidianamente avvilita sul luogo di lavoro dai suoi superiori, può finalmente rovesciare le relazioni di potere alle quali deve invece sottostare in ufficio. È un’ambientazione che svolge una funzione molto simile a quella svolta dalle location remote e chiuse nei film di Shyamalan (lo chalet di Knock at the Cabin, il villaggio di The Village, la casa in The Visit o appunto l’isola in Old): luoghi in cui il regista agisce inevitabilmente come un Dio che agita gli agenti atmosferici, campi di battaglia sui cui poter muovere gli attori come fossero pedine. Questo consente a Raimi di giocare anche con lo spettatore, che ha una conoscenza limitata - in senso spaziale - dell’ambientazione, essendo obbligato a esplorare solo quelle zone che il regista gli consente di volta in volta di ispezionare. È quindi un film sul potere, questo Send Help, che ovviamente è anche il potere della regia, dell’autore che impone le sue scelte attraverso la selezione di una possibilità tra molte e al tempo stesso l’esclusione (e invisibilizzazione) di tutte le altre. Insomma, il potere coincide spesso con la costruzione di una trappola (e torniamo nuovamente a Shyamalan e al suo Trap), che in questo caso è squisitamente narrativa, cinematografica. I due personaggi del film - l’impiegata e il capo dell’azienda - sono anch’essi ingabbiati in schemi molto rigidi che non prevedono eccezioni ma identificano esclusivamente due modi di stare nella storia: da vittime o da aguzzini. Ed è solo un’illusione la possibilità di cambiamento o di evoluzione che questi due personaggi hanno, perché gli è concesso al massimo di indossare i panni dell’una (vittima) o dell’altro (aguzzino). Non possono scassinare questo paradigma perché questo è nient’altro che il paradigma del potere, appunto. E di un modello sociale ed economico che sul potere (e sul suo esercizio) si fonda. Nel momento in cui si smette di essere oppressi, si diventa oppressori.

Ma questa negazione della molteplicità è qualcosa che ha a che fare anche con il cinema e i suoi modelli, a cominciare dalla rappresentazione del corpo degli attori: bello (nel momento in cui si detiene il potere) o respingente (nel momento in cui si è dei sottoposti). E ovviamente anche con il sesso biologico, binariamente inteso: si è maschi o femmine, identificati dal proprio organo. Una distinzione anacronistica, oggi, anche per il cinema. Eppure la biologia e il genere hanno poca rilevanza nel momento in cui le regole del gioco sono quelle del potere, perché non vi sono altri modi per l’ottenimento e per la gestione dello stesso che non siano quelli della violenza e della sopraffazione. Anche Günther Anders lo dice all’inizio del suo libro più noto, che l’umiliazione è l’anticamera della vendetta. La lotta di classe era una cosa seria, era l’azione cosciente degli sfruttati per liberarsi dagli sfruttatori. Ma queste sono parole scomparse dal linguaggio di chi vuole vendetta. Il dolore, l’umiliazione, la rabbia diventano sentimenti individuali. Raimi ci mette davanti a un uomo che neanche in condizioni estreme può accettare di essere subalterno a una donna. Lei, quindi, è destinata a non ottenere mai il giusto riconoscimento che le spetta, eppure capiamo man mano che la sua lotta - con la quale inizialmente è impossibile non solidarizzare - non è necessariamente anche la nostra. Capiamo che, abbandonata la Terra di Oz, le dinamiche nel mondo reale saranno di nuovo le stesse di prima, anche con un cambio in cima alla catena di comando.