L’adattamento cinematografico di Martin Eden diretto da Pietro Marcello trasla la narrazione dalla California a Napoli, cambiando radicalmente il contesto nel quale la storia scritta da Jack London si evolve. L’Italia non ha la cultura della marineria che invece c’è in America, quel mito della prima metà del ‘900 per cui imbarcarsi voleva dire vivere davvero. Andare per mare non era solo una necessità (per la guerra o per esigenza economica) ma un modo di esprimere la propria libertà e di conoscere il mondo. Gran parte della letteratura beat americana si basa proprio su quel concetto di indipendenza, sulla mitizzazione del vagabondo (The Dharma Bums) che dorme su giacigli improvvisati, campa di lavori occasionali e a cui bastano i libri (e le donne) per essere felice. Non è quindi un caso se proprio Martin Eden di London sia stata una delle letture fondamentali per scrittori come Jack Kerouac. E così l’Italia non ha avuto neanche quella lunga tradizione letteraria di romanzi d’avventura ambientati per mare, ma piuttosto, negli stessi anni, la letteratura verista di ambientazione prevalentemente agreste (che Marcello conosce bene, avendo lavorato sugli scritti di Remigio Zena). Il film, quindi, essendo ambientato in Italia, perde quella dimensione marinaresca dell’opera originale e viene ricondotto ad una dimensione, quella bucolica, che Marcello aveva già esplorato con il suo cinema (al netto della sua componente alchemica).

Marcello sceglie di girare nuovamente in pellicola, ma la sua decisione non è solo dettata da una banale volontà estetica. La nitidezza delle immagini in cui compare il protagonista si perde nel momento in cui la macchina da presa si muove da lui per inquadrare gli ambienti, i paesaggi e i visi delle persone che lo circondano. Queste inquadrature hanno una grana molto più spessa e un fuoco molto più morbido di quelle in cui è in scena Eden. È come se il personaggio di Luca Marinelli non fosse in grado di mettere a fuoco il mondo che lo circonda e di comprendere il suo ruolo nello stesso. Quando il successo comincerà a corromperlo e lo condurrà in ambienti diversi da quelli popolari che lo avevano accolto, questa grana sparirà. Tutte le immagini diventeranno finalmente chiare proprio nel momento in cui non ci sarà più nulla da guardare. Il cambiamento di Eden nel film è più radicale rispetto al romanzo di London perché Marcello lo rimarca attraverso ellissi narrative (che di fatto rimuovono il progressivo mutamento di sensibilità) e modificazioni nelle immagini.

Nel suo film Marcello utilizza filmati di repertorio provenienti dalle sue opere precedenti e da archivi storici. La figura dell’anarchico campano Errico Malatesta, di cui vengono proposti dei vecchi filmati, non solo sintetizza i sommovimenti politici di quegli anni, ma diventa una chiave di lettura dell’ideologia predicata da Eden. Non è un caso infatti se Malatesta sia stato uno dei massimi teorici del libertarismo, quello che scriveva in Pensiero e Volontà che le polemiche tra individualisti (Eden) e comunisti (gli altri) avrebbero dissipato le energie del movimento anarchico, impedendo, anche quando possibile, “una franca e fraterna collaborazione”. Eden, da individualista, insorge contro il comunismo autoritario e da educazionista (altro termine che compare negli scritti di Malatesta) crede che si possa arrivare alla trasformazione sociale solo attraverso la cultura. Ed era sempre Malatesta ad avvertire che i dissensi sul ruolo del movimento sindacale (di cui si parla nel film) avrebbero potuto compromettere la lotta: “Nessuno può essere assolutamente sicuro di aver ragione, e nessuno ha sempre ragione”.

Le immagini di archivio, rispetto alla narrazione, sono quindi sia un contrappunto politico che emotivo. Quando Eden sta cominciando a maturare una propria consapevolezza sociale rappresentano una realtà complementare o possibile (in alcuni momenti sembrano addirittura immagini provenienti da un vecchio adattamento cinematografico, in realtà mai girato, dello stesso romanzo) e poi, quando Eden viene inghiottito dal suo stesso successo, una realtà alternativa e inconciliabile. Quel mondo fatto di grana spessa e immagini fuori fuoco della prima metà del film, diverrà definitivamente “altro” (e ad evidenziare questa alterità sarà ancora una volta il mezzo filmico stesso). Ed è per questo che il film di Marcello sembra più crudele del romanzo da cui è tratto: il Martin Eden imbruttito e coi capelli tinti (“bestia bionda”, come quei liberali che contestava duramente) usa l’elemosina (che prima rifiutava) come strumento di umiliazione e non interviene più per difendere chi viene vessato. “Come in tutti gli uomini che hanno avuto successo”, anche in lui non sarà più possibile “trovare traccia di pietà”.

Il Martin Eden di Pietro Marcello è quindi un uomo che crede “in tutti gli elementi”, marinaio come nel romanzo di Jack London, ma profondamente “contadino” come Enzo de La Bocca del Lupo, che sognava una casa in campagna. Il suo personaggio, diviso tra “spleen” e “idéal”, bello e perduto, per usare il titolo del precedente film del regista, indosserà una maschera, proprio come il Pulcinella di Sergio Vitolo, per farsi intermediario del suo stesso trapasso. Marcello, a differenza del suo protagonista, non smarrisce fatalmente il senso della propria arte fatta di “stelle, creature e maccheroni”. Il suo film si mette progressivamente a fuoco e le sue immagini si fanno sempre più definite. Ma proprio come Eden, che “nell’istante in cui seppe, cessò di sapere”, così lo spettatore, nell’istante in cui vide, cessò di vedere.