Il “distretto 13” di Jacques Audiard non è quello di John Carpenter. Non c’è durezza o violenza in questo nuovo lungometraggio del cineasta francese, che avevamo lasciato nell’America del diciannovesimo secolo in compagnia dei suoi fratelli Sisters, personaggi già in qualche modo emblematici del tentativo di parodiare e disinnescare il suo stesso cinema, da sempre affascinato dal machisimo e dalla potenza maschile (Un profeta, Dheepan, Tutti i battiti del mio cuore). Les Olympiades è un film di pulsioni carnali e modeste speranze giovanili, scritto insieme a due talenti femminili emergenti del cinema francese: Léa Mysius (Roubaix, une lumière) e Céline Sciamma (Ritratto di una donna in fiamme). La definitiva archiviazione del cinema maschio di Audiard, ora ingentilito e ringiovanito, amichevolmente vicino ai suoi personaggi ventenni che sperimentano una sessualità senza barriere, se non quelle architettoniche di una città che, come avveniva nel cinema di Hong Kong di fine anni ’90, allo stesso tempo alimenta la passione e ne ostacola il definitivo compimento.

Il distretto in cui si muove la macchina da presa è il tredicesimo arrondissement parigino, quello multiculturale dei “castelli quadrangolari” di Michel Houellebecq. Audiard, che da sempre nei suoi noir scova la vitalità nei contesti di illegalità e pericolo, anche cambiando completamente scenario, indica di nuovo la giusta dimensione per le relazioni dei suoi personaggi nelle situazioni complicate e precarie, nelle quali sono costretti a tirare fuori il lato migliore di loro, quello che invece tengono nascosto per il resto del tempo per cercare di apparire saldi e sicuri di sé (la feroce ironia di scherno di Emilie, l’ostentazione di Camille, la diffidenza iniziale di Nora). Se la narrazione è quella ricorsiva di La Ronde di Max Ophüls, il bianco e nero non è quello anni ’60 di Cassavetes, ma un bianco e nero moderno, contemporaneo, nitidissimo e digitale (lo stesso utilizzato recentemente in alcuni film per le piattaforme streaming come Malcolm & Marie e The 40-Year-Old Version).

Il film non è interessato ad un’analisi sociologica delle nuove generazioni, a riflettere sulle loro aspirazioni e sulle condizioni necessarie oggi per soddisfarle. I protagonisti lavorano dignitosamente e raggiungono un minimo livello di soddisfazione che li rende tranquilli, anche se nessuno di loro sembra davvero appassionato di ciò che fa o concentrato su ciò che vorrebbe diventare: si vive la rapidità e il cambiamento continuo, ci si accontenta di appagamenti immediati e sistematicamente si finisce per innamorarsi delle poche persone che si incrociano nei propri percorsi (l’inquilino, il collega, l’amica di amici appena conosciuta). Chiaramente interessata a raccontare la fluidità in ogni campo dell’esistenza, la sceneggiatura gioca sulla possibilità di cambiare continuamente ruolo e mettersi in panni non propri, di proiettare sugli altri le aspettative che si hanno di sé e di immaginarsi diversi in funzione delle persone di cui ci si circonda, delle quali si cerca di capire il più possibile e da cui si colgono gli spunti utili ad un miglioramento personale.

In questo il film trova un veicolo fondamentale nella regia di Audiard, in grado di far somigliare davvero due donne dai tratti così differenti come Noémie Merlant e Jehnny Beth, che compare nel ruolo della camgirl Amber Sweet (l’unica ad avere un lavoro stabile) con cui Nora viene accidentalmente scambiata. Tutto questo movimento e questa compenetrazione costante avviene in una Parigi di torri e asfalto, cementificata ma affascinante, nella quale si parlano diverse lingue (mandarino, francese, arabo) e si reagisce alla fissità imperante con la dislocazione autoimposta e con un giovinezza cinetica che si oppone (consapevolmente o meno) alla gentrificazione.