Come ogni film di Paul Greengrass, anche 22 Luglio, opera sul sanguinoso eccidio norvegese del 2011, indossa la maschera del dramma ma rivela in più occasioni la voglia di rielaborare delle vicende così dolorose in una narrazione sempre riconducibile a quella classica del thriller. Greengrass usa quindi per il suo film lo sguardo di un giovane ragazzo che sopravvive alla carneficina, ma che deve adesso convivere con una condizione precaria: nel suo cranio ci sono delle schegge di acciaio troppo vicine al tronco cerebrale per essere rimosse con la chirurgia, che possono muoversi all’improvviso causandone il decesso. Viljar deve quindi vivere in un corpo che per lui è una minaccia e con l’angoscia che ogni sua mossa brusca o rapida possa arrecargli danni irreparabili. Greengrass è quindi bravissimo ad usare un ragazzo così fragile per fare ciò che da sempre gli riesce meglio: creare preoccupazione ed apprensione in chi guarda, ponendo in pericolo i suoi personaggi. Persino il clima gelido della Norvegia cercherà di rendere ancora più difficile il recupero fisico del ragazzo, che dovrà camminare nella neve e soffrire il freddo di quei luoghi in cui sembra impossibile vivere per una persona con problemi di deambulazione.

22 Luglio è però un film più complesso di quel che appare. Confinando la cruda esibizione della violenza alla prima mezz’ora, Greengrass sceglie di usare lo spazio ancora a sua disposizione per indicare al pubblico ciò che una nazione dovrebbe fare per reagire ad una offesa così grande senza rinunciare ai propri principi. Ogni personaggio del film sembra quindi pervaso da un senso di obbedienza alle regole che non viene messo in discussione neanche dalle evenienze più dolorose. Il legale di Breivik dovrà per forza lavorare alla difesa del criminale perché così vuole la legge e i famigliari dei ragazzi uccisi rimarranno al fianco del loro premier anche quando le indagini paleseranno le mancanze del corpo di polizia norvegese. Non solo, sarà proprio grazie a quelle leggi, che nascono dall’idea norvegese di progressismo che Breivik vuole eradicare, che l’omicida godrà di ogni possibile garanzia processuale.

Il film non sceglie la via più facile, ovvero quella di ricondurre le azioni di Breivik ad una classificazione precisa (la parola “nazismo” compare solo in una scena) ma ingannevole. I personaggi si riferiscono alle organizzazioni radicali con il loro nome specifico (i seguaci del folle norvegese si fanno chiamare I Cavalieri Templari) proprio per evidenziare il loro indissolubile legame con il periodo in cui nascono e si evolvono. Greengrass non riduce quindi una vicenda complessa ad una banale semplificazione e così anche il famoso braccio teso che Breivik alzerà nell’aula giudiziaria (forse la sua immagine più famosa) diverrà una immagine priva di senso, prova di un esibizionismo irrefrenabile e non dichiarazione ideologica.

Non c’è enfasi nella narrazione di Greengrass ma solo la descrizione precisa della cronaca in un film che parla inglese per ragioni commerciali (e per via del pubblico a cui si riferisce, cioè quello americano) ma che si svolge in Norvegia ed in cui compaiono solo veri norvegesi. Greengrass non vuole prendere dalla vicenda che deve inscenare solo ciò che è funzionale alla migliore realizzazione delle sue idee visive (come avviene nel cinema di azione), ma piega il linguaggio delle immagini al tono che fin dal principio ha deciso di dare alla sua narrazione.

Il film si concluderà con un processo in cui non sarà il criminale a dichiararsi colpevole, ma i ragazzi che dalla sua violenza si sono messi in salvo, i quali riveleranno il loro senso di colpa per gli amici scomparsi o per non riuscire a frenare le lacrime nel corso della deposizione. Sarebbe facile cavalcare lo sdegno di chi immagina Breivik nella sua spaziosa cella norvegese con scrivania e televisore, ma invece Greengrass evidenzia quelli che sono i meccanismi giudiziari di uno dei Paesi più “moderni” (nella implicazione sociale del vocabolo) al mondo per poi descrivere in che maniera tali meccanismi possano essere difesi anche nelle occasioni in cui sembrerebbero meno comprensibili. 22 Luglio non vuole appassionare ed avvincere il pubblico con la narrazione del processo a Breivik (come invece farebbe un qualsiasi “legal drama”) ma rendere su schermo la sua dimensione normale ed ordinaria (in un Paese come la Norvegia e forse non negli Usa, il cui pubblico è quello a cui guarda Greengrass).