Venezia 82, Leonardo Di Costanzo e il cast presentano Elisa: “la possibilità di indulgenza”

In occasione della presentazione di Elisa, in concorso alla 82esima Mostra del cinema di Venezia, abbiamo incontrato il regista Leonardo Di Costanzo e il cast del film incentrato sulla storia di una donna in carcere da dieci anni, condannata per avere ucciso la sorella maggiore.

Venezia 82, Leonardo Di Costanzo e il cast presentano Elisa: “la possibilità di indulgenza”

L’ultima volta alla Mostra del Cinema di Venezia aveva presentato Ariaferma, ambientato in un carcere. Ed è proprio su quel set che a Leonardo Di Costanzo era venuta l’idea, per il film successivo, di raccontare quel che succede dentro la cella, di guardare da vicino il male: i “portatori di colpa”, come li definisce lui.

Lo ha fatto con Elisa, in concorso quest’anno e nei cinema italiani dal 5 settembre, un film difficile e potenzialmente pericolosissimo, impreziosito da due protagonisti eccezionali come Barbara Ronchi e l’attore francese Roschdy Zem.


«Quando ho proposto il progetto a Barbara (Ronchi, ndr) lei era molto impegnata, perché stava lavorando a diverse cose. E inoltre non parlava francese, o comunque ne parlava pochissimo. Cosa che però era indispensabile per il film. Lei però lo voleva assolutamente fare. Ho detto, Barbara, ma ce la fai? Noi tra cinque o sei mesi dobbiamo girare. Lei ha detto sì. 

E si è messa d’impegno per imparare il francese, ma soprattutto ha fatto con noi tutto quel lavoro indispensabile di avvicinamento a questo testo molto difficile. È stato un lavoro di consapevolezza che è servito moltissimo poi sul set, anche se abbiamo fatto cose diverse rispetto a quelle provate», ha spiegato Di Costanzo.

Barbara Ronchi, a tal proposito, ha aggiunto: «Io sono sempre stata una grande ammiratrice del lavoro di Leonardo e avrei lavorato con lui in qualsiasi film. Quando ho letto la sceneggiatura del film, non ho avuto dubbi e ho capito il potenziale anche civile, politico che aveva questo progetto. 

E mi sono innamorata subito del personaggio, della sceneggiatura e del lavoro che abbiamo fatto insieme, che è stato molto intenso. Ci siamo visti per mesi, per interi pomeriggi a provare, riprovare, parlare, confrontarci e poi appunto quando sono arrivati gli altri attori con cui avrei dovuto lavorare, ovvero Roschdy Zem e Diego Ribon, mi sentivo pronta. È stato costruito tutto piano piano per arrivare poi alle riprese avendo già una idea di chi fosse questa persona che dovevo interpretare».

Uno degli aspetti più interessanti del film è la sua origine “letteraria”, ovvero il saggio contenente gli studi dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali (Io volevo ucciderla. Per una criminologia dell’incontro). C’è stato quindi un lavoro notevole nel narrativizzare questo tipo di letteratura medica.

La co-sceneggiatrice Valia Santella ha spiegato: che «Siamo partiti da un libro che non è un romanzo, ma la trascrizione degli incontri che i due criminologi hanno avuto con questa persona. Sono trascrizioni che ti mettono davanti a questo confine che ognuno di noi potrebbe teoricamente superare, ma anche davanti alla posizione etica che dobbiamo assumere come cittadini rispetto alle persone che hanno delle colpe. 

E questo è un percorso molto faticoso. A differenza di quel che succede quando si adatta a un romanzo, che in qualche modo metabolizzi, dimentichi, ricrei, qui sentivamo di dover necessariamente e costantemente ritornare al libro».

«Questo personaggio ha delle colpe gravissime, che sono lì e non possono essere cancellate. Io, da attrice, ho cercato però di non giudicare questa donna. Anzi, ho voluto capire quanto eravamo effettivamente lontane io e lei. 

C’è una soglia che lei ha valicato, che è quella appunto del commettere un crimine efferato come un omicidio, e questa è sicuramente una cosa che ci distanzia. Ma fino a quel momento di onnipotenza narcisistica, io sentivo di potermi identificare con lei. Fino a quel punto di svolta che la allontana da me, io sono in grado di riconoscere le sue paure», ha aggiunto Barbara Ronchi.

Di Costanzo ha poi spiegato quanto questo film, rispetto ai suoi precedenti, voglia lasciare lo spettatore libero di formarsi una propria opinione rispetto ai fatti narrati: «I film generalmente hanno un protagonista, o hanno dei protagonisti coi quali noi ci identifichiamo, a cui ci leghiamo, qui invece ho voluto mettere in discussione questo presupposto cardine della narrazione.

E quindi questa è la grande scommessa del mio film, perché non c’è un protagonista col quale ci possiamo identificare. Magari ci identifichiamo a tratti, ma poi ci dobbiamo allontanare e il meccanismo funziona continuamente come una sorta di fisarmonica. Lo spettatore passa da dentro a fuori costantemente.


È questo il cinema che mi piace fare. Fare dei film che possano essere completati nella mente degli spettatori, in cui gli elementi non siano già tutti dati fin dall’inizio. Nei miei precedenti film c’era sempre qualche altro personaggio che doveva fare i conti con le colpe dei protagonisti, o comunque c’era una comunità, una società, chiamata all’assunzione di colpe. Stavolta è invece lo spettatore che deve sobbarcarsi questa responsabilità».

Confidente della protagonista è il criminologo interpretato da Roschdy Zem. «Il mio lavoro non è stato tanto quello di lavorare sul senso di colpa, bensì sulla possibilità di indulgenza rispetto a quello che è stato commesso da questa donna. Con il regista abbiamo parlato a lungo di che tono di voce dovesse avere questo personaggio, di quale dovesse essere l’altezza del suo sguardo, l’intensità di quello sguardo. 

Ci siamo preparati molto, ma tutto alla fine si è rivelato più facile del previsto quando mi sono ritrovato davanti un’attrice straordinaria come Barbara. Non ho dovuto fare altro che seguire i suoi occhi e tutto è venuto naturale. Da attore, non potevo chiedere nulla di meglio. 

Il nostro cervello non è predisposto alla comprensione del male, che invece è quello che viene richiesto a chi fa un lavoro come quello del personaggio che interpreto. Quindi anche io mi son dovuto sforzare per fare qualcosa che, come persone, non siamo naturalmente capaci di fare», ha sottolineato l’attore francese.