La filosofia del Disclosure Day: da Spielberg a Jean-Luc Nancy

“Disclosure” è anche “Déclosion”, come intesa da Jean-Luc Nancy nella sua “decostruzione del cristianesimo”: un tema fondamentale che Steven Spielberg tocca nel suo nuovo film.

La filosofia del Disclosure Day: da Spielberg a Jean-Luc Nancy

“Disclosure”, ovviamente, nel senso di rivelazione di notizie tenute a lungo nascoste sull’esistenza di forme di vita extraterrestre intelligenti. Speranza che agita le fantasie (e le teorie del complotto) di milioni di ufologi, appassionati, sognatori, gente convinta che dietro agli svolazzi luminosi che si vedono in cielo ci sia qualcosa - e qualcuno - di più (e Steven Spielberg è uno di loro). Ma “Disclosure” è anche “Déclosion”, come intesa da Jean-Luc Nancy nella sua “decostruzione del cristianesimo”, che è un altro tema fondamentale che Spielberg tocca nel suo nuovo film, mettendo in discussione la tenuta delle religioni abramitiche. La dischiusura per Nancy vuol dire aprire un recinto, eliminare una chiusura, che è la “chiusura della metafisica”, confutare il compimento di questa totalità che si pensa conclusa nella sua autoreferenza. È in questione, scrive letteralmente Nancy, «l’altro che eccede ogni determinazione in un altro qualunque, con una grande o con una piccola a». Non soltanto «l’alter - l’altro di due - ma l’alienus, l’allos, l’altro da tutti e l’insensato»

Questa venuta dell’alienus, in entrambi i casi (in Spielberg come in Jean-Luc Nancy), avviene tramite due linguaggi solo apparentemente differenti: la matematica e il suono. La capacità di “comprendere” i numeri e gli idiomi diventa essenziale per poter comunicare. Matematica, nel senso dell’alogon della diagonale del quadrato, «figura emblematica della nascita del vero sapere», dimensione «estrema, eccessiva e necessaria del logos». E poi, appunto, il suono, come già utilizzato in À l’écoute per caratterizzare la venuta dell’altro. Perché «la presenza sonora arriva», scrive Nancy, e ogni essere si rivela solo nella misura in cui risuona. Di un suono che fa coincidere il suo invio e la sua ricezione, in una risonanza che inevitabilmente finisce per svanire. Prima dello svanire, però, c’è la chiamata. Il messaggio da consegnare. E da qui si torna a Heidegger, a quello che scriveva a proposito dell’ultimo dio, che trova il suo dispiegamento essenziale «nel cenno (im Wink), tanto nell’irruzione e nell’assenza della venuta (dem Anfall und Ausbleib der Ankunft), quanto nella fuga degli dei passati e nella loro segreta metamorfosi». È quindi un dio “che winkt”, che fa cioè un segno senza significato, un cenno di invito o di saluto, che strizza l’occhio. Quella strizzata d’occhio che, sottolinea Nancy, «resta e resterà sempre da tradurre, che non avrà mai un proprio senso compiuto, determinato o saturato». 

E non è forse questo ciò che tiene insieme immagine e suono, visione e udito, audio e video: «il vedere non sa niente dei miei occhi, così come il senso delle parole trascende decisamente l’acustica». Arriviamo quindi al cinema, in cui il corpo «non è né un mezzo né un ostacolo: esso è piuttosto totalmente fuori campo, anche quando entra nell’immagine». Nella riflessione di Jean-Luc Nancy c’è già tutto Spielberg, già tutto quello che il regista ci dice con questo suo Disclosure Day, che non a caso si apre con una soggettiva nel bel mezzo di un match di wrestling. Lo sguardo viene fin da subito malmenato, preso a pugni. Viene chiarito allo spettatore che ciò che gli verrà richiesto è uno sforzo atletico dell’occhio prolungato e faticoso. Ma soprattutto, con questa prima “trasmigrazione”, capiamo che non siamo più davvero in controllo di nulla, che il cinema ci proietta «nel luogo stesso dell’apparire delle cose, senza essere al centro di esse, né di fronte a esse come un soggetto». In un luogo non localizzato ma localizzante. Nessuno dei protagonisti di Disclosure Day è infatti davvero nella posizione di comandare le proprie azioni: sono tutti “posseduti”, veicoli per una volontà altrui che viene loro imposta (una metafora tanto puntuale quanto spietata del mestiere dell’attore). E così lo spettatore, che cambia continuamente punto di vista su ciò che sta osservando a seconda di ciò che l’autore vuole fargli vedere. L’unico davvero “in charge” è appunto il regista, che si muove sinuosamente su questo campo da gioco, plana dall’alto sulle cose, volteggia attorno ai suoi protagonisti, guidandoli verso una via di fuga nelle situazioni più difficili, facendoli comparire e scomparire dal campo del visibile. 

Il “dispositivo” che i personaggi impugnano, quell’ettagono in acciaio damasco che permette loro di viaggiare nel tempo e nello spazio, di alterare e condizionare la visione degli altri sulla realtà, è il cinema stesso, il dispositivo cinematografico che ci inganna, permettendo allo spettatore di proiettare se stesso - e le persone che ama - sul volto di perfetti sconosciuti, di muoversi libero da ogni soggettività come da ogni proprietà. Spielberg utilizza un “teatro di posa”, un grande stabilimento in cui poter costruire un vero e proprio set cinematografico, come ambientazione per la scena cruciale del suo film, in cui il team di scienziati/informatici guidato da Colman Domingo diventa la rappresentazione di una troupe che compone la scena e si appresta a filmarla, con gli spettatori inermi - seduti sulle loro sedie - che attendono di vivere quest’ulteriore esperienza di metempsicosi da vivi. È in quel momento di fuga totale dall’esperienza terrena, trasfigurata attraverso l’animazione digitale, che Spielberg ci conduce nella casa di Hänsel e Gretel. Da buon “fabelman” qual è, ci invita a entrare nel suo immaginario, offrendoci prima un punto di accesso rassicurante e poi - una volta varcata la soglia - rivelandoci quello che davvero c’è sempre stato dietro a queste fiabe: l’infanzia negata, il trauma della violenza, la perdita dell’innocenza. Tutto condensato in un’unica sequenza che è un supercut della sua filmografia.

Ma non è ancora quella la fine del film. Perché “consumatosi” il cinema, sbriciolatosi sotto la presa ferrea di chi lo impugna come uno scettro, non rimane altro da fare che affrontare il reale in tutta la sua desolazione e in tutta la sua confusione. Il mondo da tempo sul crinale di una terza guerra mondiale, l’estinzione della razza umana non più come ipotesi. E torniamo a Nancy: non ha più senso a questo punto guarire i mali del mondo attuale con un ritorno alla religione, poiché «si tratta di comprendere come siamo già usciti dal religioso». Bisogna domandarsi quindi nuovamente che cosa, senza negare la religione ma senza neanche tornare a essa, «potrebbe condurci verso un avvenire che non sarebbe più né cristiano, né anti-cristiano, né monoteista né ateista o politeista, ma capace di andare proprio al di la di tutte queste categorie (dopo averle rese tutte possibili)». Il cinema, in questo senso, ci spiega Spielberg, può avere la forza di “cambiare la programmazione”, sconvolgere il palinsesto, fermare l’escalation di notizie belliche sempre più preoccupanti per affermare una propria verità che rimette in discussione tutte le altre. Che siamo piccoli e insignificanti. Non siamo padroni del nostro sguardo, del nostro corpo, figuriamoci del mondo intero che cerchiamo inutilmente di dominare. Il cinema ci rimette nella giusta prospettiva, facendoci uscire fuori da noi stessi e proiettandoci in un altrove molto più esteso, in una dimensione in cui la guerra tra esseri umani non ha più motivo di esistere. Per compiere questo salto, però, non basta chiudere gli occhi e far finta che nulla sia successo, ma riconoscere la sofferenza che causiamo e abbiamo causato. Guardare negli occhi l’altro - ma in questo caso l’altro siamo sempre noi - a cui abbiamo fatto del male. Il regista winkt. La strizzata d’occhio chiude lo sguardo fenomenologico. «L’occhio non vede più ma segnala». E sta a noi cogliere quel segnale.