Nel Tepore del Ballo, il cinema di Pupi Avati si fa tetro e senza colore

Nel tepore del ballo è il nuovo film di Pupi Avati, presentato in anteprima al Bif&st.

Nel Tepore del Ballo, il cinema di Pupi Avati si fa tetro e senza colore

Nel tepore del ballo è un film in cui, stavolta, la realtà - con il suo cinismo, il suo grigiore - sembra avere la meglio sul sogno, sulla fantasia, che da sempre è invece il punto di fuga privilegiato del cinema di Pupi Avati, lo strumento privilegiato per evadere dal reale e trovare uno spazio di rinnovata felicità. Il protagonista, Gianni Riccio (Massimo Ghini), è un celebre conduttore televisivo che viene travolto da uno scandalo finanziario mentre è all’apice della carriera. Svolgendosi tra Roma e Jesolo, il film racconta la caduta pubblica e il confronto privato con una esistenza segnata dalla scomparsa precoce dei genitori ma anche dal suo primo grande amore sacrificato alla carriera, mettendo al centro il tema delle scelte cruciali che si compiono nella vita, della fama sempre aleatoria e della possibilità di rinascita dopo una caduta fatale. È un Avati molto più malinconico, cadaverico (le tante scene di trucco assomigliano più a sessioni di tanatoprassi), che recupera una sua distintiva dolcezza solo nel momento in cui la storia si allontana progressivamente dalla “cronaca” per parlare invece di innamoramento senile, di quel misterioso sentimento che nel tramonto della propria esistenza può manifestarsi in maniere sorprendenti e inaspettate. Se l’inizio, ambientato decenni prima, è tipicamente “avatiano” (nei suoni, nelle musiche, nei vestiti, nella pasta dell’immagine), il film man mano si scolorisce, si fa più tetro, prende la palette del carcere dove il protagonista viene condotto a seguito di un arresto di cui non capiamo granché (come del resto anche lui). Le prime scene sembrano suggerire una vicenda simile a quella di Enzo Tortora, ma invece capiamo subito che in questo caso il conduttore non è innocente e che il punto del film di Avati non è quello dell’errore giudiziario, ma che l’arresto è solo un pretesto (un macguffin hitchcockiano, potremmo dire) per permettere al personaggio di Ghini di tornare nella sua città natale e confrontarsi direttamente con tutte le questioni irrisolte del proprio passato.

Pur non essendo un horror o un film del mistero, c’è comunque un’atmosfera simile a quella del precedente L’Orto Americano. In quel caso c’era un giovane investigatore che si ritrovava a indagare su di un caso - la sparizione misteriosa di una donna - così fumoso, data la scarsezza di prove e indizi tangibili, che non si poteva far altro che colmare le lacune con supposizioni e ipotesi. E così, anche in questo Nel tepore del ballo, non ci vengono date tutte le informazioni necessarie, ma lo spettatore viene lasciato in un persistente stato di confusione, impossibilitato davvero a comprendere fino in fondo i vari accadimenti e le relazioni che legano i diversi personaggi. Chi era davvero il padre di Riccio (Raoul Bova in un ruolo insolito per l’attore, come spesso avviene nel cinema di Avati) e quali segreti nascondeva? Che cosa ha fatto di preciso Riccio per essere arrestato e indagato? Chi è questo misterioso personaggio che gestiva i suoi investimenti finanziari e lo ha messo nei guai con la giustizia? Che cosa è successo davvero con la sua prima moglie (Isabella Ferrari)? Che trasmissione conduceva in tv che lo ha reso così popolare e amato dal pubblico? Tutti interrogativi che un altro film (e un altro regista) spiegherebbe nel dettaglio e che invece Avati sceglie di lasciare all’immaginazione del pubblico, capace così di “riempire” tutti i buchi nella narrazione con le proprie congetture. È tutto un macguffin, dicevamo. Non c’è la necessità di scoprire il perché delle cose, ma tutto è invece funzionale a delineare un contesto (quello della televisione commerciale e della “tv del dolore”) piuttosto che una trama fitta, un “carattere” piuttosto che un “personaggio”, uno stato d’animo piuttosto che una sequenza coerente di avvenimenti.

Nel tepore del ballo dialoga con la realtà al punto che ritroviamo Bruno Vespa, Jerry Calà e Pascal Vicedomini nel ruolo di loro stessi, in una luce anche non necessariamente benevola: il conduttore stanco e disinteressato (Vespa), l’attore che ha bisogno della comparsata in tv per promuovere il suo film in uscita (Calà), il cronista sempre accomodante e prono rispetto ai vip con cui dialoga. Un altro elemento che insospettabilmente lo lega a L’Orto Americano è inoltre la necessità - per i protagonisti - di dialogare con i defunti, il non aver accettato fino in fondo la loro condizione di orfani, trovando invece nell’aldilà uno spazio di consolazione, da raggiungere attraverso delle vecchie fotografie (come avveniva ne L’Orto Americano) o delle vecchie registrazioni (come invece accade in Nel tepore del ballo). Attraverso “l’audiovisivo”, in ogni caso.

Non è in bianco e nero questo film, a differenza del precedente, eppure sembra in alcuni casi che i colori siano superflui, tanto sono spenti e desaturati. Gli unici “attimi” in cui il colore davvero sparisce è nelle sequenze velocissime “riprese” dalle telecamere di videosorveglianza del carcere, contrappunto teorico alle telecamere - non meno invadenti - degli studi televisivi. Il risultato è lo stesso: chi si trova davanti a esse diventa un fantasma.