Marty Supreme, il “trumpismo” e l’etica di un film

Marty Supreme, volutamente o meno, finisce per idealizzare quella idea di suprematismo e destino manifesto che caratterizza lo zeitgeist attuale.

Marty Supreme, il “trumpismo” e l’etica di un film

“Trumpismo”, scrive Bifo Berardi, è la sola parola adeguata a descrivere la forma attuale della violenza e del culto di potenza. Meglio utilizzare quella piuttosto che ricorrere a termini desueti. Trumpismo, non solo per Donald Trump, ma per quello che to trump già indica: travolgere, umiliare, far fuori, sconfiggere gli avversari (o presunti tali). Tutte traduzioni possibili di un verbo che, meglio di altri, indica il desiderio di sottomissione in senso neoliberale. Fatta questa doverosa precisazione, è chiaro come Marty Supreme, volutamente o meno, finisca per idealizzare proprio questa idea di suprematismo e destino manifesto (che sia quello “Made in America”, come impresso sulle palline da ping-pong con il suo nome, o di chi si considera “the ultimate product of Hitler’s defeat”). Lo fa sostituendo al mondo immaginario che faceva da sfondo ai regimi di un tempo (i colori scuri delle divise, la rigidità delle pose, e così via…) l’esplosione del colore e dall’eccitazione carnevalesca delle folle MAGA. Il severo stile gotico della borghesia industriale rimpiazzato dallo strabiliante “Barocco della lumpen-borghesia mafiosa che da Berlusconi a Trump ha rifondato il potere sulla cosmovisione spettacolare” (sempre per dirla con Berardi). Il protagonista del film di Josh Safdie è un truffatore, un mentitore seriale, uno che non si fa scrupolo alcuno nel calpestare e tradire gli altri per arrivare dove dice lui, mosso soltanto dall’amore per se stesso e dall’altissima considerazione che ha delle sue capacità. I comprimari sono personaggi da usare e di cui abusare, ontologicamente inferiori rispetto al protagonista, il cui egoismo non conosce limiti apparenti, così come la sua megalomania.

Siamo lontanissimi dalla struggente vertigine delle lunghe e sottili dita di Nala Sinephro che scorrono sull’arpa per eseguire una fragilissima ed eterea versione dell’inno americano davanti ai lottatori muscolosissimi di The Smashing Machine, diretto dall’altro fratello Safdie (Benny): un film probabilmente più canonico di quanto non lo sia Marty Supreme, ma anche in grado di raccontare davvero la sconfitta come serenità, persino benedizione, in un contesto, quello dell’UFC, oggi tra i principali sostenitori di Trump, del «Fight Fight Fight» come motto di chi vuole fare “l’America grande”. Viene quindi da pensare che forse era proprio grazie al fratello Benny se i protagonisti amorali di Good Time e Uncut Gems trovavano un film che lottava contro di loro e non che li giustificava e li accompagnava per mano. E forse sempre lo stesso fratello Benny era quello capace di ridurre Josh a più miti consigli, impedendogli di trasformare i loro film in un palcoscenico per gente discutibile come Kevin O’Leary (che in Marty Supreme invece gigioneggia, simbolo della rapacità del capitale su cui solo blandamente si ironizza). Ma alla fine anche Josh Safdie sta “sul mercato” del cinema, con una postura molto simile: quella del marketing aggressivo e della brandizzazione esasperata. Per capire tutto questo, basta fare un salto nel 2008 e mettere a confronto The Acquaintances of a Lonely John, il primo progetto “solista” di Benny Safdie, ancora studente alla Boston University, con il primo lungometraggio di Josh Safdie (The Pleasure of Being Robbed), dello stesso anno. Quello di Benny raccontava di un giovane spiantato che vagava per le strade della sua città nel tentativo di connettersi col mondo e con gli altri, per uscire così dalla sua solitudine. Quello di Josh, per citare l’ormai famosa stroncatura di Nick Schager, raccontava di un personaggio “sgradevole e profondamente poco interessante, una insipida nullità che rimbalza senza meta in cerca della prossima cosa da rubare”. Poco è cambiato da allora.