C’era un saggio di Stefano Feltri di qualche anno fa che si intitolava: “La politica non serve a niente”. Nel libro si spiegava che per la prima volta tutti i principali cambiamenti che attraversano la società sfuggono al controllo della politica (quella tradizionalmente intesa). Dovendo aderire alle esigenze di un modello economico in cui gli utili si fanno raggiungendo miliardi di consumatori e offrendo loro prodotti e servizi (quasi o apparentemente) gratuiti, il Palazzo è diventato impotente e incapace di affrontare i nuovi soggetti globali. Ed è anche quello che dice Alice Heimann al Sindaco (chiamato quasi sempre per carica e raramente per nome, secondo la legge di Tognazzi per cui si “bastona la divisa e non l’uomo che c’è dentro”) in una delle loro prime riunioni nel nuovo film di Nicolas Pariser. Ma se, come scriveva Feltri, le scelte collettive, intese come quelle dei governi e degli organi collegiali, stanno diventando sempre meno rilevanti, allora aumenta il peso delle scelte individuali. Scelte individuali che non devono per forza coincidere con una inevitabile assunzione di responsabilità ed una conseguente “discesa in campo” (la ragazza, dopo aver letto l’annuncio di lavoro, “scende” letteralmente dalla parte alta della città per dirigersi verso i palazzi del potere) ma può anche assumere la forma di una ponderata e coscienziosa rinuncia.

Il Sindaco di Fabrice Luchini si dice fieramente progressista, ma il progresso è andare da un punto A ad un punto B: senza obiettivi, non c’è progresso. E la qualità del progresso dipende ovviamente dalla qualità di questi obiettivi (pagare meno tasse è una forma di progresso per i ricchi, dice serafica l’orgogliosa Alice). Per Pariser il vero problema della politica è l’ossessione per la contingenza: si è talmente indaffarati ad occuparsi dei minuti e dei secondi, le ore nei migliori dei casi, che non ci si accorge di essere intrappolati in un continuo presente che si protrae per anni. Così prende un attore (Luchini) celebre per il suo modo di fare piacione e divertito, sottraendogli la vitalità e costringendolo a lavorare in sottrazione. La politica lo ha progressivamente svuotato, gli ha tolto le forze e le idee. Adesso cerca qualcuno che possa offrigli nuovi stimoli intellettuali (la filosofa che non filosofeggia interpretata da Anaïs Demoustier) per ripensare la sua strategia. Soffocato da slogan fabbricati da altri (“per guardare avanti è necessario guardarsi indietro” è l’idea da cui nasce il progetto di Lione 2500, improbabile “internazionale di megalopoli” accomunate da non meglio specificati progetti progressisti) e costretto a navigare in un vuoto pneumatico che appare incolmabile.


L’eredità raccolta da Nicolas Pariser è quella del cinema di parola intellettuale di Eric Rohmer. Con un piano sequenza molto lungo riprende Alice e il Sindaco mentre ritoccano quello che dovrebbe essere il discorso più importante di tutti: un vero e proprio manifesto per i socialisti, radicale e dirompente, ma rigidamente inquadrato nella staticità di una inquadratura fissa che non lascia scampo. Una improvvisa spinta in avanti rispetto alla timidezza che ha caratterizzato il personaggio del Sindaco fino a quel momento, frenata dallo stesso mezzo cinematografico, che la disinnesca al punto tale da renderla innocua. La stasi drammatica e crepuscolare del finale, prima di una seconda conclusione che rimette tutto in moto (rimosso l’ostacolo della politica). Il Palazzo non risparmia nessuno e il suo fascino è irresistibile. Seduta nel buio tra le poltroncine dell’Opéra national de Lyon, Alice si guarda attorno compiaciuta della posizione raggiunta, segue con gli occhi i suoi nuovi colleghi e i suoi vecchi amici, quasi gioendo della loro invidia (“ti è piaciuta l’arte totale?”, chiederà al termine della serata dedicata a Wagner un ricco sostenitore delle attività del Municipio).

Ma se come sosteneva Pasolini (che viene addirittura citato dal film tra gli intellettuali “saccheggiati” dalla destra reazionaria, che ne equivoca sistematicamente il pensiero) tutto ciò che avviene “fuori dal Palazzo” è qualitativamente diverso da ciò che avviene “dentro il Palazzo”, essendo infinitamente più nuovo e avanzato, allora è chiaro che chi lavora in quel contesto è un “idolo mortuario”. Si è potenti, quindi morti, perché “ciò che faceva la potenza, ora non c'è più”. Rimane la necessità di comprendere (nel “senso occidentale e razionale del termine”, quindi necessariamente legato ad un consequenziale agire) i propri figli (magari “imbecilli, presuntuosi, incerti, aggressivi, vanitosi, criminaloidi”). Oggi questi figli sono iscritti alle principali scuole di business, già banchieri. “Che cosa ne è stato dei nostri figli?”, si chiede Alice, che figli non ne ha e non ne vuole. Un padre che ama agisce. Ma, tornando a Pasolini, “l’agire non può consistere in altro che nell’aggredire”. Aggredire i propri figli (“non sarà troppo violento?”, si chiedono il Sindaco e Alice mentre scrivono il discorso) è l’atto d’amore definitivo.