Yellow Letters, la recensione del film vincitore dell’Orso d’Oro 2026

Yellow Letters conferma quanto sia preziosa una voce di un autore come İlker Çatak.

Yellow Letters, la recensione del film vincitore dell’Orso d’Oro 2026

Dopo il successo de La Sala Professori, candidato agli Oscar come miglior film straniero solo due anni fa, İlker Çatak torna al cinema con Yellow Letters, in concorso al festival di Berlino. L’ispirazione principale per il suo precedente film, per stessa ammissione del regista, era stata quella di Uncut Gems dei fratelli Safdie, da cui riprendeva la narrazione fatta solo per “scene chiave”, con pochissimi momenti di quiete e di giuntura tra le varie sequenze. Anche in questo caso, se pur con una furia minore, sembra, infatti, che ogni scena che non prevedesse uno scontro, un dibattito, un litigio, sia stata volutamente rimossa dal montaggio. Lo spettatore si ritrova immediatamente catapultato nel film, che comincia “in medias res”, e da quel momento si muove di conflitto in conflitto, con una tensione sempre montante accentuata dalla colonna sonora volutamente ripetitiva di Marvin Miller, con cui Çatak lavora ormai da un decennio.  

La storia è ambientata in Turchia, dove due artisti (e professori) molto conosciuti e stimati vengono improvvisamente sospesi dal loro lavoro (e rimossi dalla programmazione dei teatri statali) perché considerati troppo politicamente schierati, specialmente per le loro posizioni sulle guerre in corso e il loro sostegno pubblico ai movimenti per i diritti civili nel Paese in cui vivono. C’è però un dettaglio che cambia tutto il senso del film di Çatak (tedesco, ma di origini turche): la trama si svolge tra Ankara e Istanbul, ma le città che vediamo su schermo sono in realtà Berlino e Amburgo, dove il film è stato realmente girato. Questo “spostamento” delle location non è camuffato, ma esibito. Non si tratta di un’esigenza semplicemente logistica, ma narrativa.  Insomma, quello che vuole dirci Çatak è che la limitazione della libertà di espressione che siamo soliti associare a Paesi come la Turchia è qualcosa che ci riguarda da vicino. In Europa, ma soprattutto in Germania, dove, più che altrove, si è cercato di silenziare (se non proprio allontanare) chi esprimeva la propria contrarietà rispetto a ciò che stava (e sta) avvenendo nella striscia di Gaza. 

La storia di Derya e Aziz, infatti, ne ricorda tante di cui abbiamo letto sui giornali in questi ultimi mesi. Ad esempio quella di Melanie Schweizer, una funzionaria pubblica, un’avvocata che lavorava presso il Ministero Federale del Lavoro tedesco, e che, nel dicembre 2024, è stata licenziata dopo aver pubblicato sui suoi social media una propria legittima opinione, ovvero che la Germania stava sostenendo un genocidio a Gaza e violando le proprie leggi nazionali.  Il tabloid di destra BILD ne è venuto a conoscenza e ha reso noti quei commenti a tutti quanti, accusando l’avvocata di antisemitismo. E il ministero tedesco si è affrettato a liberarsi di lei. È stato forse quel “complesso di colpa nazionale” del Paese per l’Olocausto a spingere la Germania a estremi assurdi, spiando gli organizzatori delle manifestazioni pro Palestina e sostenendo acriticamente qualsiasi azione di Israele, anche in quanto suo secondo più grande fornitore di armi.

Come nel precedente La Sala Professori, è ancora una volta la calunnia, l’insinuazione, l’arma peggiore che viene utilizzata contro i protagonisti. La stessa storia di quel film e del suo regista si ponevano però come un antidoto al razzismo dilagante, all’avanzata delle destre xenofobe. Immigrato di terza generazione, İlker Çatak è infatti il nipote di una coppia di turchi che negli anni Sessanta, da contadini e analfabeti, sono arrivati in Europa e hanno contributo alla ricostruzione di un Paese devastato dalla guerra. E che, a distanza di sessant’anni, ha potuto rappresentare con orgoglio la Germania a Los Angeles durante la notte degli Oscar. Quale migliore storia di integrazione? Anche nel caso di Yellow Letters c’è una contingenza esterna (e casuale) che rende questo film ancora più incisivo e rilevante. Çatak ha infatti presentato la sua opera al festival di Berlino proprio nel giorno in cui il presidente di giuria di quest’anno, Wim Wenders, ha fatto molto discutere dichiarando – proprio rispondendo a una domanda sulla posizione del festival rispetto a ciò che avviene a Gaza – che “gli artisti dovrebbero restare fuori dalla politica”.

Ecco, Yellow Letters ci dice esattamente il contrario, confermando quanto sia preziosa una voce di un autore come İlker Çatak e ricordandoci come l’Occidente “civilizzato” di cui tanto ci vantiamo sta progressivamente restringendo gli spazi per poter esprimere il proprio dissenso. Yellow Letters parla di questo, ma anche della connivenza dei grandi network televisivi con il potere e il loro naturale allineamento allo “zeitgeist” del momento, facendo in realtà rimanere tutti questi temi sullo sfondo. Il film, infatti, è principalmente il racconto di una famiglia. Anzi, più precisamente, un’indagine sul matrimonio (inteso sia come relazione di coppia che come istituzione sociale e giuridica). Non sempre il suo procedere serratissimo, per “scene chiave” appunto, riesce a dare il giusto respiro alle tante riflessioni che il regista vorrebbe articolare, ma senza dubbio quello di Çatak è un film destinato a rimanere.