Il meglio del 2017: i cinque film che (forse) non avete visto

Prosegue la retrospettiva di Stranger Than Cinema dedicata ai migliori lavori cinematografici del 2017. Dopo i cinque film più belli ed i migliori titoli d’animazione, adesso è il turno dei cinque film che (forse) vi siete persi durante il corso dell’anno. Vale naturalmente la stessa regola degli scorsi articoli: la classifica, che non è realmente tale in quanto non c’è un ordine di gradimento, è determinata da gusto e sensibilità personali.

El Bar - Alex de la Iglesia

La sceneggiatura della nuova follia di Alex de la Iglesia (disponibile su Netflix) nasce nuovamente dalla mente del suo storico collaboratore Jorge Guerricaechevarria ed è quindi chiaro come al centro della storia ci sia come sempre una Comunidad (quella che dava il nome al loro lungometraggio del 2000) alle prese con qualche problema destinato a sovvertirne le dinamiche interne. De la Iglesia introduce i personaggi saltando con la macchina da presa da un volto ad un altro in una lunga carrellata che sembra un piano sequenza ma non è (come avveniva, seppur in maniera peggiore, in Oxford Murders). I malcapitati rinchiusi in un bar subiranno il più classico dei trattamenti proposti dal cinema del regista spagnolo. Che essi siano grassi e poveri o bellissimi (la meravigliosa Blanca Suárez) e benestanti, i loro corpi saranno modellati ed esasperati in funzione della narrazione e del suo svolgimento: gli obesi dovranno spingere il loro grasso giù per un buco strettissimo e le dive più sexy dovranno nuotare nel letame di una fogna per sopravvivere. È un cinema che usa la pelle dei propri attori per raccontare una storia, nella quale ciascun personaggio viene presentato in un modo per uscirne come il suo esatto opposto. De la Iglesia è ancora il migliore ad usare ciò che ci sembra repellente per descrivere la nostra contemporaneità e la scelta di una protagonista così avvenente rende ancora più evidente il suo percorso di discesa nella melma. Non sarà certo il suo capolavoro, ma cineasti in grado di spaziare tra registri così diversi in poco più di cento minuti è arduo trovarli.

Shin Godzilla - Hideaki Anno

Solo Hideaki Anno poteva essere capace di dirigere un film su Godzilla che assomigliasse più a 12 Angry Men che a Watang! - Nel favoloso impero dei mostri. Perché per le quasi due ore di Shin Godzilla la scena non è occupata da Gojira, bensì dai funzionari di una macchina governativa che pare più goffa ed elefantiaca della stessa creatura che devono cercare di fermare. Così Anno usa Godzilla come "scusa" per inscenare una complessa satira che prende di mira la tragicomica burocrazia giapponese, mostrando lunghissime ed estenuanti conversazioni tra ufficiali circa le misure da intraprendere per superare la crisi e sulla opportunità di confrontarsi con gli Stati esteri superando tensioni storiche mai davvero esauritesi. Non solo Anno rende appassionante e coinvolgente ogni scambio potenzialmente noiosissimo, ma non si risparmia neppure nelle sequenze che vedono protagonista "il re dei mostri" nella sua furia devastatrice, in grado di far impallidire persino Gareth Edwards nonostante le enormi differenze di budget che separano questa trasposizione da quella americana.

Personal Shopper - Olivier Assayas

Dopo Clouds of Sils Maria, il sempre audace Assayas torna a collaborare con Kristen Stewart. E proprio come nel precedente lavoro spoglia la diva della veste di star, scaricando il peso della sua celebrità sulle spalle di un altro personaggio. In Sils Maria era la famosa attrice interpretata da Juliette Binoche, di cui lei era la fidata assistente, in questo è la borghese Kyra, per cui lavora come “personal shopper”. In questa storia di spiriti, veri e presunti, ciò che stupisce davvero è il modo in cui il regista indugia sul continuo scambio di messaggi tra la protagonista ed il suo anonimo stalker. Dalle vibrazioni improvvise al rumore dei tasti che vengono premuti con lo sbattere delle dita contro lo schermo, ogni suono è sensuale ed erotico. Con maestria unica Assayas riesce a trasporre su schermo i sentimenti di chi scrive quei messaggi solo inquadrandone il telefono, lavorando esclusivamente sui tempi con cui Maureen risponde al suo ammiratore (in grado di suggerire il suo stato d’animo in risposta ad un sms ricevuto) e sulla punteggiatura che questa usa nelle frasi. Come sempre avviene nel cinema di Assayas, il genere non è mai davvero tale e di conseguenza anche Personal Shopper non è propriamente una storia di fantasmi. Così la protagonista di questa storia che pare citare Blow Up di Antonioni, narrando di una persona nel mondo della moda che si trova coinvolta suo malgrado in un crimine, scopre che ciò che le manca davvero non è il fratello scomparso (con il quale vuole disperatamente connettersi dal mondo dei defunti) ma quella metà di sé che è ostaggio dei fantasmi che affollano la sua esistenza infelice, ancora più sfuggenti ed impalpabili di quelli con i quali cerca di comunicare. Personal Shopper è cinema che si interroga su se stesso ed i fantasmi di Assayas sono immagini false che svelano gli artifici della narrazione cinematografica.

L’altro volto della speranza - Aki Kaurismäki

L’altro volto della speranza è il cinema di Aki Kaurismäki nella sua essenza più pura, con quella tavolozza di colori impossibile da confondere (c’è persino chi chiama il rosso del regista finlandese “red Kaurismäki”, proprio perché sembra una sfumatura in grado di esistere solo nelle sue inquadrature e non nel mondo reale) ed una idea di cinema che si è cristallizzata nel corso degli anni. Però è ancora meraviglioso lasciarsi coinvolgere dalle storie di questo regista così pessimista ma sempre in grado di narrare le ambizioni e le preoccupazioni dei suoi protagonisti con umana complicità, non distaccandosi mai dalle cose che inscena per guardarle con supponenza da fuori. Nella celebre fissità del cinema di Kaurismäki, dove ogni cosa è sempre dove dovrebbe essere e nel quale la macchina da presa si sposta pochissimo, c’è invece una Finlandia che si muove senza mai fermarsi, con i migranti che arrivano (siriani, iracheni, africani) e gli autoctoni che se ne vanno. Persino i lavori non durano più di un mese, così i personaggi de L’altro volto della speranza si troveranno a gestire un locale che un giorno propone cucina del posto ed il successivo si trasforma in un sushi bar, rinnovando arredo ed insegna.

Un appuntamento per la sposa - Rama Burshtein

Questo secondo lavoro di Rama Burshtein prende il via da una idea spassosa, ovvero una ragazza che comincia a prepararsi per il matrimonio pur non avendo ancora uno sposo, ma prosegue in maniera tale da non assomigliare a nessuno dei suoi modelli “americani” di riferimento, chiarendo come la veste da commedia sulla scia de Il mio grosso grasso matrimonio greco sia solo una necessità commerciale e non il vero senso di questa operazione invece serissima e dalle forti aspirazioni autoriali. Perché non c’è nulla di davvero comico in questa serie di appuntamenti catastrofici e nella terribile ansia che muove la protagonista nella disperata ricerca di un compagno, ma un dramma che si muove sui binari del surreale e del grottesco. Michal non vuole disobbedire alle convenzioni della tradizione chassidica né vuole contestare le proprie origini, ma anzi cerca un uomo che sia aderente a quelle credenze ed inquadrabile nei canoni che la sua cultura prevede. Paradossalmente, quindi, il matrimonio viene giudicato e messo in discussione da una storia che invece ha come protagonista una donna che in quella istituzione crede fermamente e nella quale ripone ogni sua speranza di futuro. Così come la rivoluzione di Michal non cerca di scardinare nulla ma si muove nelle maglie della sua religione, così Un appuntamento per la sposa è un cinema che ridicolizza quello dei “wedding plans” americani sposandone i cliché ed il modo di narrare. Tra i pretendenti che l’aspirante sposa passerà al vaglio ci sarà anche una specie di rockstar alla Bon Jovi, in una scena che sembra puro cinema hollywoodiano ma che viene usata per scopi che sono ben diversi da quelli soliti.