Toy Story 4 e il valore della sottrazione: il bisogno di perdere qualcosa per strada

Anche in Pixar sapevano bene che giustificare Toy Story 4, dopo la chiusura perfetta della saga con il terzo episodio, sarebbe stato difficile. Perciò il nuovo team, senza più John Lasseter, con molte giovani leve e solo Andrew Stanton come esponente della vecchia guardia, decide di porre delle domande completamente nuove, di mettere in scena i giocattoli non esclusivamente in relazione al loro padrone, ma esplorando la possibilità (fino a questo momento preclusa) per loro di essere liberi. Toy Story 4 sfrutta l’espediente Pixar più classico ed abusato (mettere i propri personaggi nella condizione di dover lottare continuamente per rimanere insieme) e lo disinnesca progressivamente, mettendo in discussione la necessità stessa di restare uniti per sempre e considerando la perdita come qualcosa di necessario (o addirittura come qualcosa da ricercare per ricominciare da capo). Emblematico di ciò è il nuovo giocattolo Forky, la cui aspirazione principale è quella di essere gettato nell’immondizia alla quale apparteneva. In questo senso Forky è un “outsider” per eccellenza, non avendo un genere definito (non è un cucchiaio, ma neanche una forchetta) ed essendo il primo giocattolo della serie di provenienza non industriale.

Per forza di cose, anche Toy Story 4 conferma lo sforzo di tutta la Disney nel rivedere la centralità delle proprie figure femminili. Se ne Gli Incredibili 2 il personaggio di Elastigirl non dettava semplicemente la direzione della narrazione, ma addirittura il ritmo del film e lo stile che doveva avere l’azione, più dinamica e meno muscolare rispetto a quella del primo episodio, così Woody in Toy Story 4 è circondato da figure femminili che spingono in avanti la trama (sia dal lato dei buoni, che da quello dei cattivi). Bo Peep, che torna dopo essere “scomparsa” nel terzo capitolo, ha accettato la sua condizione di “lost toy”, non vuole essere “salvata” da nessuno e addirittura, forte del suo processo di “empowerment”, si offre per aiutare gli altri (come nel sequel di Brad Bird, è lei l’elemento più dinamico del film, in grado di muoversi nel proprio mondo con una sicurezza degna di un’eroina di Miyazaki). Così come la parabola di Gabby Gabby, “villain” femminile, passerà per l’accettazione dei propri difetti. Ma nonostante tutto questo, è ancora Woody il fulcro della serie. In Toy Story 4 il cowboy di pezza viene ricondotto alla dimensione che gli è propria: il western. Ma da personaggio “classico”, che ha messo il dovere davanti ai suoi sentimenti, che ha sempre seguito un imperativo morale (regalare gioia al proprio padrone) considerandolo più importante della sua stessa felicità, adesso Woody, non contando quasi più nulla per la bambina, come il cowboy di un western anni ’70, può rivedere il suo ruolo al di fuori dei canoni che gli erano stati imposti.

Con Toy Story 4, il cinema della Pixar rinuncia (ed era successo pochissime volte) a parlare di se stesso, a condurre una riflessione sul mezzo filmico, mettendo al centro di tutto l’audiovisivo come unica fonte di verità (nel primo Toy Story, Buzz Lightyear capisce di essere un giocattolo vedendosi in una pubblicità e nel sequel Woody scopre le sue origini e le sue parentele attraverso un vecchio programma televisivo). I nuovi autori del film non sembrano avere a cuore questo aspetto, ponendosi come unico obiettivo la ricerca della commozione e dell’emozione in chi guarda (che nel cinema non è quasi mai un obiettivo davvero nobile, ma che la Pixar riesce a raggiungere nella maniera sempre più brillante ed intelligente). Per far ciò, la regia di Josh Cooley sfrutta la tecnologia a propria disposizione, affidando lunghe sequenze esclusivamente alla “recitazione” dei giocattoli, in grado di reggere intere scene con uno sguardo che comunica comprensione o preoccupazione, con minuscoli cambiamenti di espressione in grado di suggerire una convinzione o un mutamento d’animo.

Cooley riprende così alcune idee della stop-motion, in cui il movimento dei personaggi sullo schermo è tanto importante quanto il loro immobilismo. Non a caso, quindi, in numerose occasioni i giocattoli di Toy Story 4 si trovano a dover “celare” i propri sentimenti agli occhi degli umani (e quindi degli spettatori), costretti ad affrontare degli “shock emotivi” proprio nei momenti in cui non possono rivelare alcuna espressione sul viso diversa da quella “di fabbrica”. Il nuovo aspect ratio (2.39:1) amplifica i rapporti di scala dei protagonisti con gli ambienti nei quali si muovono e l’illuminazione (che già in Toy Story 3 svolgeva un ruolo fondamentale, cambiando il senso degli spazi: asilo di giorno, prigione di notte) è stata ulteriormente perfezionata per rendere credibili ed evidenti i materiali dei giocattoli.

“I am not a toy. I was made for soup, salad, maybe chili, and then the trash” ― Forky

Toy Story 4 è un film su cui agiscono tantissime forze in contrasto fra di loro: giocattoli che hanno paura di diventare spazzatura e pezzi di spazzatura che non vogliono diventare giocattoli, personaggi che hanno deciso di fuggire dai loro padroni e altri che sono impazziti per l’assenza degli stessi. La riflessione sulla morte che ha sempre accompagnato la serie, adesso non passa più per il deperimento materiale dei giocattoli, ma attraverso il ricordo che si ha di loro. I giocattoli smettono di essere tali non per forza quando si rompono o si inceppano, ma quando qualcuno si dimentica di utilizzarli.

Toy Story 4 non è un film dalla scrittura impeccabile (spesso i personaggi raggiungono i loro obiettivi nella maniera più veloce e semplice possibile, mancanze di sceneggiatura “camuffate” dal solito irresistibile umorismo Pixar) né tantomeno un capitolo che aggiunge nuovi protagonisti memorabili alla saga. Ad animare questo episodio è la sua pulsione sentimentale, la maniera in cui la tenerezza viene ricercata in modi sempre diversi, in grado di toccare corde profonde con una spontaneità invidiabile. È proprio in questo cambio di direzione (operato perdendo un po’ della raffinatezza dei precedenti episodi) che risiede la forza di Toy Story 4: raffigurare questi giocattoli come i bambini li immaginano, mossi dagli stessi sentimenti degli esseri umani e frenati dai loro stessi timori. Non più personaggi di un’opera d’animazione consapevole della sua stessa natura filmica, ma figure cinematografiche indipendenti dal contesto.

Il quarto capitolo della saga che ha rivoluzionato il modo di intendere il cinema (non solo quello animato) rifiuta la “circolarità” del terzo capitolo, proponendo un finale decisamente più radicale, ma non per questo definitivo (anzi, la sua radicalità sta nella sua sostanziale irrisolutezza). Toy Story 4 non è un film Pixar perfetto (l’azione non è sorprendente come quella del secondo capitolo e manca la complessità espressiva del terzo) e spesso le sue idee vincenti non sono sufficientemente valorizzate (lo stesso Forky, unico personaggio davvero interessante tra quelli nuovi, vive in funzione di Woody e la sua spinta anarchica viene presto sedata). Eppure la Pixar, spiazzando nuovamente tutti, confeziona un film da cui emerge un desiderio di felicità e di realizzazione a cui non si può rispondere con indifferenza.