The Lego Movie 2, il cinema metatestuale di Lord e Miller fa un altro balzo in avanti

Dopo aver decretato la sparizione del concetto di “unicità” nel cinema supereroistico con Spider-Man: Un nuovo universo, lucida rivendicazione di potere produttivo che passa per la comprensione che le storie di supereroi al cinema sono innanzitutto franchise, adesso Chris Miller e Phil Lord, con The Lego Movie 2, rendono ancora più raffinato e complesso il loro cinema metatestuale, che rivela i meccanismi produttivi e creativi che determinano ogni scelta narrativa. Se il film animato su Spider-Man spiegava bene in che modo una proprietà intellettuale potesse sopravvivere a se stessa reinventando un personaggio che si credeva unico, The Lego Movie 2 gioca su (almeno) due livelli di lettura differenti. Il film di Lord e Miller si interroga sulla creatività (quanto di noi mostriamo attraverso ciò che creiamo?) ed allo stesso tempo riflette sulle logiche commerciali e industriali che muovono il mondo dei giocattoli come quello del cinema.

Gli alieni Duplo hanno invaso l’universo dei Lego trasformandolo in una wasteland alla Mad Max in cui il protagonista, Emmet, sopravvive con la spensieratezza che già lo caratterizzava nel primo film (e che qui è ancora più comica e meno giustificabile). Ma questi Duplo, appartenenti ad una differente linea di giocattoli prodotta però dalla stessa compagnia dei Lego, non sono “incompatibili” con i mattoncini gialli. E non possono esserlo proprio per ragioni di marketing. I prodotti devono “parlarsi”, devono poter coesistere in un unico ecosistema integrato: è una regola che vale sia per i device più tecnologicamente avanzati che per i giocattoli. Perciò i Duplo, nonostante le loro differenti dimensioni e il loro diverso target di riferimento, non possono che essere compatibili con i tradizionali mattoncini Lego, con cui sono in grado di incastrarsi e combinarsi senza problemi.

Come in Toy Story, i pupazzi trasformano tutto ciò che gli viene “comandato” in proprie decisioni. Perciò anche i Duplo, che sono il frutto di strategie commerciali decise da altri, arriveranno nel mondo dei Lego con il desiderio di imporre una propria ideologia. I personaggi cercheranno di mettere fine al conflitto perché convinti che dipenda da loro l’eventuale sopravvivenza del “brand”, quando in realtà la “conflittualità” tra le due linee di prodotti è scongiurata dal principio (perché la casa madre ha deciso di creare un prodotto alternativo ai Lego ma non sostitutivo). Il giovane Finn, dopo i cinque anni trascorsi dal film precedente, è sempre più simile al suo padre infantile e stavolta è lui che vorrebbe impedire alla sorellina più piccola di contaminare quel suo universo Lego perfettamente coerente che ha costruito negli anni (la bambina vorrebbe invece utilizzare i suoi giocattoli colorati per lasciare un primo segno nel mondo).

Per ovvie ragioni The Lego Movie 2 non può godere dell’effetto dirompente del capitolo precedente, che applicava al cinema d’animazione le tecniche, le soluzioni e le idee del cinema dal vero e che riproduceva digitalmente l’animazione a passo uno dei mattoncini. Così Lord e Miller decidono, da sceneggiatori, di sfruttare ancora una volta l’umorismo in maniera diversa ed imprevedibile, utilizzando a proprio vantaggio nuovi elementi in grado di veicolarlo. In The Lego Movie 2, ad esempio, le canzoni originali svolgono ancora un ruolo fondamentale (la colonna sonora è di nuovo di Mark Mothersbaugh dei Devo) ma stavolta il film non si limita ad utilizzare i brani come chiave di comprensione della narrazione, bensì aggiunge un inedito livello di consapevolezza musicale (non a caso un personaggio canterà, in un momento particolarmente triste del film, di essere riuscito “finalmente a capire i Radiohead”). Le gag sono come sempre esilaranti e tutto il film, nonostante la complessità di fondo, è un trionfo di sagacia, velocità e rapidità di esecuzione.

Lo spirito sovversivo del primo film si è affievolito e il collegamento tra mondo reale e mondo dei Lego è ora esplicito fin dall’inizio. Eppure Lord e Miller non compiono l’errore fatto invece con lo spin-off di Lego Batman, che razionalizzava un prodotto che aveva nella propria peculiarità ed inclassificabilità i suoi punti di forza. The Lego Movie 2 sfrutta abilmente la sua metatestualità (per la quale anche i personaggi sono a conoscenza delle regole su cui si basa il racconto al quale partecipano e scherzano delle sue forzature) per spiegare come anche i giocattoli possano essere “altro” per volontà di chi li usa.

Come già rivelava Toy Story, che questo secondo capitolo prende come riferimento, esiste uno strano legame tra chi gioca e le “aspirazioni” dei giocattoli. La sorellina di Finn vorrebbe che il fratello smettesse di fare il duro per dare spazio alla sua personalità più gioiosa. Ma nonostante il ragazzo indichi Batman (il personaggio cupo e stupidamente virile) come leader del suo mondo di mattoncini, è pur sempre Emmet il protagonista di tutte le storie che fabbrica per sé (e per noi). La piccola Bianca non se ne rende conto, ma lo spettatore sì.