Dogman, il cinema di Garrone che cerca la carezza nel pugno

Villaggio Coppola.
Dal primo vero successo del 2002 (che inscenava la morbosa relazione fra Peppino ed il giovane Valerio) al Gomorra che lo ha reso famoso nel mondo, il cinema di Garrone non si è mosso da lì. Così anche sulla periferia “giallo ocra” del suo nuovo Dogman, che sembra uscire da un servizio di qualche programma di cronaca nera ma invece è un luogo di pura finzione, si alzano proprio quei palazzoni anonimi che lui aveva già ripreso, a coprire il panorama cupo di una spiaggia cadaverica e di un mare livido che solo nelle mani di Garrone può sembrare bello come quello delle Maldive (fra i numerosi viaggi che il personaggio di Dogman può solo sognare per lui e sua figlia). Garrone usa una vicenda di cronaca per inscenare una delle sue ormai classiche “favole”, che si svolgono in luoghi mai decisi per esigenze di verosimiglianza con il mondo che conosciamo, ma per esigenze che è il linguaggio del cinema ad imporre. Dogman quindi prende il via da un episodio di vera violenza, unico per la sua ferocia, ma lo asciuga di ogni possibile apparenza da “crime movie” per soffermarsi solo sulle relazioni umane (universali anche nelle vicende che sembrano a noi meno vicine) che muovono le persone. Una periferia dove regna il nulla, se non fosse per qualche piccolo e squallido negozio dove lavorano i personaggi del film (ogni cosa nel cinema di Garrone c’è solo se funzionale alla descrizione dei personaggi ed al loro percorso).

Anche in Dogman è la fisiognomica pasoliniana a scandire l’incedere della narrazione: i corpi cambiano e deperiscono (come già reso chiaro nel suo film fiabesco del 2015, in cui le modificazioni magiche dei corpi evidenziavano i meccanismi del cinema di Garrone prima mai espressi con quella forza). Perciò ogni dolore, ogni sopruso ed ogni violenza lasceranno su “Marcellino” un segno ben visibile sulla sua faccia e sul suo fisico. Prima lo vedremo sollevare delle grosse macchine da gioco ed immergersi da sub nel mare, poi pian piano cominceranno a mancargli sia il vigore che il respiro. Sono i corpi a farsi carico del dolore che i personaggi non possono esprimere a parole, perché incapaci di farlo o perché cercano di nascondere quel dolore a persone che non devono vederlo. Così il lunghissimo primo piano finale (che pare uscire da qualche film di Ceylan) si sofferma sul viso di una persona che per forza di cose non è più quella di prima e che al Marcello della scena iniziale (quello che con amore lava un cane che pure gli ringhia addosso) non assomiglia neanche nelle sembianze.

Dopo il “nano di Termini”, il “canaro” si inserisce in quella galleria di personaggi garroniani che solo lui sembra in grado di valorizzare al cinema, scovando le persone migliori per dare loro voce e corpo. Garrone gira i suoi film in ordine cronologico, cambiandoli in corso d’opera in base al reale percorso dei personaggi e di chi li deve incarnare sul grande schermo. Perciò la loro evoluzione, pur essendo messa nero su bianco nel copione, sembra avere una coerenza impossibile da raggiungere se non in un film di Garrone, per la maniera peculiare con cui dirige la realizzazione di ogni suo lavoro.

Il cinema garroniano non insegue il fragile equilibro fra sensazioni discordi, dove ogni abbraccio non può prescindere dal dramma che lo precede, bensì si muove in maniera rapida e secca fra durezza e dolcezza nelle loro espressioni più pure, facendo seguire ad una scena piena delle migliori emozioni, quelle più buone e belle, una che invece racchiude in sé quelle peggiori. Garrone sceglie di ridurre il suo cinema ad un minimalismo che lavora con pochissimo eppure è in grado di scavare nell’animo di chi guarda senza farsene accorgere. Ma lo fa aggirando ogni possibile previsione sulla direzione della narrazione, accompagnando il crescendo di violenza con una regia sempre più sommessa, facendo in modo che la scena più feroce, quella che per logica dovrebbe essere il culmine della vicenda, non dia nessun piacere morboso o senso di soddisfazione, ma abbia invece l’odore dell’insuccesso.

Marcello agisce in maniera dolce ed ingenua, da sembrare così buono da non essere una persona reale, ma il personaggio di qualche favola per bambini immerso in un mondo senza scampo che non lo capisce. Eppure quando lui deciderà di rinunciare alla sua purezza per accogliere la violenza con cui da sempre convive, quel mondo grigio e cupo che lo circonda non si aprirà per ingoiarlo, ma sparirà lasciandolo come sospeso in un sogno. Garrone fa sfoggio in Dogman di un livello di padronanza del mezzo davvero raro, riuscendo a colpire con invidiabile precisione e pochissimi colpi. Ogni suo film sembra non aderire a nessun genere (anche quando sarebbe facile e logico farlo) ma solo al suo modo unico di narrare lo sforzo per la sopravvivenza sempre in bilico fra il dramma reale e l’allucinazione onirica.