La protagonista della nuova serie di Steven Soderbegh, Olivia Lake (Sharon Stone), è diventata famosa grazie ad un libro per bambini che narra la storia di un cacciatore sulle tracce di un orso feroce ma che, se sfogliato al contrario, racconta invece di un orso che cerca di difendersi da uno spaventoso cacciatore. Questo esempio autoreferenziale spiega qual è l’idea alla base di Mosaic, nuovo esperimento di un cineasta infaticabile che nella sua prolifica carriera “alla John Houston” (come lui stesso la definisce) ha sempre cercato di sperimentare sia sul piano stilistico che nei processi di produzione delle proprie opere. La scelta di proporre una narrazione non lineare, fruibile tramite app per cellulari e tablet, che permette a chi guarda di scegliere da che punto di vista seguire gli eventi, non rappresenterà certamente nulla di nuovo per chi ha già dimestichezza con il mondo videoludico. I videogiocatori troveranno invece familiari le cosiddette “discoveries”, ovvero elementi come brevi clip, immagini, link a siti internet o addirittura pdf di una quindicina di pagine, che vengono forniti allo spettatore per approfondire le vicende della serie ed il passato dei personaggi. La raccolta di questi indizi che contribuiscono ad espandere la “lore” della trama è alla base di qualsiasi videogioco moderno “story-driven”. È stato quel medium ad introdurre per primo questo genere di interazione, tanto da arrivare recentemente ad elaborare una complessa narrazione “ambientale” che non procede più tramite cut-scenes, ma lascia al giocatore il compito di riscostuire ciò che è successo attraverso i collezionabili disseminati nello scenario.

Mosaic, però, a differenza di quanto avviene in diversi videogiochi, non lascia allo spettatore la facoltà di “scegliere” cosa deve accadere, ovvero di interferire con le proprie decisioni nello sviluppo della trama, ma solo da quale angolazione osservare gli eventi (che sono sempre gli stessi e si concludono alla stessa maniera), così da avere una idea delle reali motivazioni di ciascun personaggio e di assistere ad un continuo ribaltamento delle parti (come già avveniva in Quantum Break, primo esperimento targato Remedy che andava nella direzione di fondere videogioco e serie tv, dando la possibilità di giocare la parte di storia riguardante il protagonista e di conoscere i piani del “villain” tramite episodi televisivi). Si tratta di una prova affascinante ma incredibilmente difficile, perchè lascia alle casuali interazioni dello spettatore con l’app il compito di sopperire alla mancanza di un montaggio cinematograficamente inteso, in grado di dare senso ed ordine agli eventi.

Per quanto il tentativo di Soderbergh sia lodevole, non si può certo dire che Mosaic raggiunga in maniera soddisfacente i suoi scopi ambiziosi. I diversi percorsi che si possono scegliere per arrivare in fondo al mistero narrato non si discostano poi molto, così come sono pochissime le “scoperte” che nascondono informazioni rilevanti per la comprensione della storia. Sembra quindi che le decisioni dello spettatore non costituiscano mai davvero un valore aggiunto alla fruizione della serie. Ma se la componente “ludica” di Mosaic resta una buona idea non espressa al massimo delle potenzialità, le sue pecche sono evidenziate ed appesantite da una narrazione che non riesce mai ad appassionare con il proprio intreccio. La regia del cineasta statunitense, pulitissima ed elegantissima, non è mai al servizio della sceneggiatura e la sua asettica freddezza sembra più adatta ad un dramma da camera che ad un thriller (che invece dovrebbe basarsi sulla tensione). Il punto di forza del regista della serie Ocean’s non è mai stato il coinvolgimento personale nelle storie che racconta (quasi sempre mostra un certo disinteresse nelle sorti dei suoi stessi protagonisti) ma in questo giallo sembra mancare anche il genuino entusiasmo che spicca nei suoi lavori migliori (come il recente Logan Lucky).

Soderbegh richiama il suo Traffic nel particolare uso delle diverse tonalità di colore ad evidenziare precisi snodi nella trama, così come la volontà di mostrare più volte le stesse situazioni ma attraverso lo sguardo di personaggi differenti ricorda Schizopolis. Se vista in televisione nella sua forma “canonica”, quindi già montata ed assemblata, Mosaic resta una miniserie girata con professionalità e recitata egregiamente, ma che troppo spesso cade in un autocompiacimento della propria natura ibrida (Petra racconterà ad un certo punto il suo interesse verso il divisionismo italiano). I personaggi vengono presentati senza una introduzione adeguata e persino il finale, ambiguo e non risolutorio, sembra non adattarsi alla forma scelta per veicolare questo esperimento, che invece dovrebbe rivelare alla fine una immagine completa come al termine di un puzzle.

Soderbegh con Mosaic cerca quindi di inserire nella serialità televisiva, che forse è oggi la forma narrativa più efficace, alcune componenti distintive di un medium spesso ostracizzato come quello videoludico. Ostracizzato sia a causa di una percezione diffusa radicata nel pregiudizio, sia in parte per colpe dello stesso settore che, anziché impegnarsi nel costruire storie dal forte impatto narrativo prendendo ad esempio i (pochi) titoli significativi usciti negli scorsi anni, sembra muoversi verso la tendenza opposta, che vede il videogioco come “servizio” multigiocatore e non come esperienza guidata dal racconto. Il grande merito di Mosaic sta nel proporre delle dinamiche nuove nella fruizione delle serie tv che, per quanto fallaci analizzando il caso specifico, non è detto che non possano essere applicate con maggiore complessità e consapevolezza in futuri prodotti audiovisivi.

In onda su Sky Atlantic